Altro che picnic: in pineta ormai manca solo il cameriere

Con l’estate torna puntuale uno degli appuntamenti più attesi della stagione: il turismo “mordi e fuggi”. Anzi, sarebbe più corretto chiamarlo “mangia e resta”, visto che nei fine settimana la pineta si trasforma in una succursale di un villaggio vacanze fai-da-te.

Che la pineta venga presa d’assalto non è una novità. La sorpresa arriva quando si aprono i bauli delle auto: tavoli, sedie, frigoriferi portatili, pentole, stoviglie e menù completi. C’è chi monta l’amaca tra due pini per la pennichella digestiva, chi accende il fornellino da campeggio perché il caffè dopo pranzo è sacro e chi, non contento, improvvisa perfino il riscaldamento delle pietanze con tanto di fuoco, come se si trovasse nel giardino di casa.

Il problema è che, finito il picnic, la natura presenta il conto. I cestini strabordano di rifiuti, i sacchi restano ai loro piedi, carte e plastica fanno compagnia agli aghi di pino e nell’aria, insieme alla brezza marina, si diffonde anche qualche aroma decisamente meno vacanziero. Per chi deve ripulire tutto il lunedì mattina, più che una giornata di lavoro è una caccia al tesoro… dell’inciviltà.

E poi c’è il capitolo sicurezza. Finora è andata bene, ma basta una scintilla sfuggita a un fornello o a un fuoco improvvisato per trasformare un pranzo domenicale in un’emergenza ambientale. E il prezzo, in quel caso, lo pagherebbe tutta la città.

Forse è arrivato il momento di regolamentare questi bivacchi con maggiore decisione. I numeri raccontano che un tempo il turismo rappresentava il 90% dell’economia locale; oggi il peso è sceso all’80%. Un segnale che dovrebbe far riflettere: riempire una pineta di tavolate non significa fare turismo. La sfida è riportare al centro la qualità dell’accoglienza, prima che la cartolina della città venga sostituita da quella di un gigantesco pranzo al sacco.