La situazione degli impianti sportivi ad Atri vive una complessa fase di transizione, sospesa tra le criticità strutturali del passato e i recenti investimenti di riqualificazione.
La rete infrastrutturale sportiva del Comune soffre da tempo per la perdita di alcuni storici punti di riferimento, a partire dal Palasport “Pala Alessandrini” (il primo e unico impianto al coperto dopo la storica promozione in Serie C della locale squadra di basket, conosciuto anche come “Palaghiaccio” perché, per almeno un paio di stagioni invernali, la temperatura interna era più bassa di quella esterna) e dalla palestra “Ugliano Bargiglione”, demoliti a causa di crolli, inagibilità dovute al maltempo e lungaggini burocratiche.
Anche il Centro Turistico Integrato di Colle Sciarra e il campo sintetico “Piccirilli” hanno registrato nel tempo problematiche gestionali e questioni legate alle omologazioni necessarie per lo svolgimento delle attività federali. Resta invece lo storico Stadio Comunale “E. Pavone”, ancora oggi punto di riferimento per il calcio locale. Da tre potenziali impianti a uno soltanto: questa è la fotografia di una situazione che presenta evidenti ripercussioni sul piano sociale e sportivo, soprattutto per i giovani.
Le strutture sportive, infatti, non servono solo all’attività agonistica, ma rappresentano luoghi fondamentali di aggregazione, socializzazione e prevenzione del disagio giovanile. Meno impianti significa dover compiere delle scelte e, spesso, a rimanere esclusi sono proprio quei ragazzi che vorrebbero semplicemente praticare sport a livello ricreativo, senza finalità agonistiche. Se nell’unica struttura attiva, il Centro Turistico Integrato, si concentra ormai la quasi totalità dell’attività sportiva, i giovani delle zone periferiche e delle frazioni rischiano di restare ai margini, a meno che le famiglie non abbiano tempo e possibilità economiche per accompagnarli continuamente.
Senza campetti di quartiere o palestre facilmente accessibili, l’alternativa per molti ragazzi diventa la strada o, sempre più frequentemente, l’isolamento davanti agli schermi e ai social network. Anche dal punto di vista tecnico e sportivo, la concentrazione delle attività in un solo impianto crea una situazione difficilmente sostenibile: centinaia di tesserati sono costretti a condividere gli stessi spazi, con allenamenti dei più piccoli anticipati a orari complicati per le famiglie e quelli degli atleti più grandi spostati spesso in tarda serata. Un’unica struttura chiamata a sostenere il carico di tre impianti finisce inoltre per usurarsi più rapidamente, aumentando la necessità di interventi di manutenzione costanti che il Comune non sempre riesce a garantire, come dimostrano anche i problemi registrati al CTI, dove il vento ha danneggiato la copertura ormai da diversi mesi. Le realtà sportive minori, prive del peso politico o economico necessario per ottenere gli spazi disponibili, rischiano così di scomparire o di trasferirsi nei Comuni vicini, disperdendo un patrimonio umano e sociale importante. In definitiva, la carenza di strutture sportive rappresenta un’occasione mancata per valorizzare lo sport e la comunità, con il rischio di un progressivo impoverimento del tessuto sociale cittadino.
