Intervista a Bruno D’Alfonso, figlio di Giovanni, il carabiniere di Penne morto 52 anni fa in uno scontro a fuoco con le Brigate Rosse
All’indomani della sentenza del Tribunale di Alessandria, che ha condannato l’ex brigatista rosso Lauro Azzolini a sei anni di carcere, pena che si aggiunge a una precedente condanna del 1983, Bruno D’Alfonso vive sentimenti contrastanti. Il figlio di Giovanni D’Alfonso, il carabiniere originario di Penne ucciso nello scontro a fuoco della Cascina Spiotta il 5 giugno 1975, parla di «una giustizia arrivata solo in parte».
«È vero – racconta l’ex carabiniere, oggi in pensione – alcuni punti fermi sono stati finalmente fissati. È stato accertato che a sparare contro mio padre fu Azzolini. Resta però un interrogativo fondamentale: non sappiamo ancora se a infliggergli il colpo di grazia sia stata Mara Cagol. Azzolini non ha saputo o non ha voluto chiarire questo aspetto».
Lo scontro a fuoco davanti alla Cascina Spiotta, a Melazzo, in provincia di Alessandria, resta uno degli episodi più controversi degli anni di piombo. Tutto ebbe origine dal sequestro dell’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia da parte delle Brigate Rosse, che puntavano a finanziare l’organizzazione.
Quando una pattuglia dei carabinieri individuò il casolare dove era tenuto prigioniero l’ostaggio, scoppiò una violenta sparatoria nella quale persero la vita l’appuntato Giovanni D’Alfonso e la brigatista Mara Cagol, tra i fondatori delle Brigate Rosse. Gancia venne invece liberato.
A cinquant’anni da quei fatti, molti interrogativi restano ancora senza risposta. «I giudici hanno accertato che Azzolini sparò contro mio padre – prosegue Bruno D’Alfonso – ma la ricostruzione della sparatoria, a mio avviso, presenta ancora molte lacune». Lo stesso Azzolini, durante il processo, si è limitato a dichiarare che «tutti sparavano», senza indicare chi esplose il colpo mortale.
Un’altra certezza emersa dal processo riguarda l’identità del misterioso “Mister X”, il brigatista che riuscì a fuggire nel bosco subito dopo la sparatoria. «Oggi sappiamo che era Azzolini», osserva D’Alfonso. Restano invece dubbi sul numero dei terroristi presenti quel giorno: alcune testimonianze dell’epoca parlavano infatti di un gruppo più numeroso rispetto a quello ricostruito processualmente.
Sul piano delle responsabilità dei vertici delle Brigate Rosse, la Procura aveva chiesto la condanna di Renato Curcio e Mario Moretti per concorso morale nell’omicidio. «I giudici – spiega D’Alfonso – hanno però riqualificato il reato, dichiarandolo prescritto. Per questo non si può parlare di assoluzione: è stato riconosciuto un concorso anomalo, ma il reato non è più perseguibile».
Nel dibattimento è emerso anche un altro elemento destinato a far discutere: prima della sparatoria esisteva un’informativa che segnalava irregolarità nell’acquisto della cascina attraverso documenti falsi. Quella segnalazione, però, non sarebbe mai arrivata ai carabinieri impegnati nell’operazione. Se fosse stata trasmessa, l’intervento avrebbe potuto essere organizzato diversamente.
«L’inchiesta è stata riaperta solo nel 2021 grazie a un mio esposto – conclude Bruno D’Alfonso –. Io e mia madre speravamo che questa fosse l’occasione per arrivare a una verità completa. Alcuni risultati sono stati raggiunti, ma restano ancora troppi chiaroscuri. E poi c’è un altro aspetto che mi lascia amareggiato: non è possibile che la vita di un carabiniere venga risarcita con appena 10mila euro. Soldi che avremmo devoluto in beneficienza».
