Alla scalinata di San Bernardino va in scena molto più di un concerto: è il ritratto di un artista che ha scritto alcune delle pagine più belle della musica italiana senza mai inseguire il protagonismo. «Forse abbiamo sbagliato le giacche, ma non le canzoni», dice. E in quella frase c’è tutta la sua storia.

Non ha bisogno di abiti eccentrici. Non ha bisogno di scenografie spettacolari né di effetti speciali capaci di ipnotizzare gli spettatori. Non corre da una parte all’altra del palco per conquistare l’attenzione del pubblico e non possiede quella voce potente che sembra voler abbattere i muri. Eppure, quando Gaetano Curreri canta, basta il timbro lieve e inconfondibile che lo accompagna da sempre perché ogni parola arrivi dritta al cuore. È la forza silenziosa di chi non ha mai cercato di apparire più grande delle proprie canzoni.

Lo si è percepito con chiarezza il 9 luglio, sulla scalinata di San Bernardino, dove Io sono le mie canzoni ha conquistato il pubblico dell’Aquila nell’ambito del programma dell’Aquila 2026 Capitale italiana della Cultura e della rassegna I Cantieri dell’Immaginario, promossa dalla Società Aquilana dei Concerti “B. Barattelli”. Una produzione seguita dalla manager Laura Cordischi, costruita con eleganza e senza eccessi, proprio come il suo protagonista.

Sul palco, insieme a Curreri, gli inseparabili Roberto Drovandi e Andrea Fornili, compagni di viaggio da oltre quarant’anni, un ensemble di musicisti e il corpo di ballo della scuola B Dance Projects di Roseto degli Abruzzi. Un allestimento essenziale ma coinvolgente, pensato per lasciare al centro ciò che davvero conta: la musica. E le canzoni, naturalmente, non tradiscono. Da Acqua e sapone a Chiedi chi erano i Beatles, da Grande figlio di puttana a Un giorno mi dirai, ogni brano viene accolto come si accoglie un vecchio amico. Sono canzoni che appartengono ormai alla memoria collettiva, capaci di attraversare le generazioni senza perdere un grammo della loro forza.
A un certo punto della serata, quasi con pudore, Curreri sintetizza quarant’anni di carriera in una frase che scatena uno degli applausi più convinti della serata.

«Abbiamo forse sbagliato a scegliere le giacche da indossare durante gli spettacoli, ma le canzoni no».
È una battuta, certo. Ma è anche una dichiarazione di poetica. Perché gli Stadio non hanno mai rincorso le mode, preferendo investire tutto sulla qualità della scrittura e delle melodie. E il tempo ha dato loro ragione.

La cosa sorprendente è che questa piena consapevolezza del proprio talento convive con una disarmante umiltà.
«Solo da poco sono riuscito a spingermi fino al centro del palco durante i concerti; prima restavo defilato, vicino al tastierista. Non osavo andare oltre, attirando tutta l’attenzione su di me».
È probabilmente la frase che racconta meglio Gaetano Curreri. Detta da uno degli autori più importanti della musica italiana, suona quasi incredibile. E invece è autentica. Mentre altri cercano continuamente il centro della scena, lui racconta di aver impiegato una vita per sentirsi a proprio agio sotto i riflettori. Forse perché il suo posto, in fondo, è sempre stato dentro le canzoni. Lo conferma anche un altro episodio raccontato con il sorriso.

«L’altro giorno ero in macchina e stavo ascoltando una canzone alla radio che mi piaceva. Solo più tardi ho realizzato che l’avevo scritta io».
Un aneddoto che fa sorridere, ma che restituisce la naturalezza con cui Curreri ha sempre vissuto il proprio talento. Come se scrivere capolavori fosse stato, prima ancora che una professione, una conseguenza inevitabile della sua sensibilità musicale. Io sono le mie canzoni è costruito proprio attorno a questa idea. Non è una semplice alternanza di successi, ma il racconto di una vita attraverso la musica. Trovano spazio gli omaggi a Lucio Dalla, Vasco Rossi, Patty Pravo e Laura Pausini, artisti con cui Curreri ha condiviso pagine importanti della sua carriera, così come il ricordo commosso di Giovanni Pezzoli, batterista e fratello musicale degli Stadio, la cui assenza continua a essere una presenza costante nello spettacolo.

E c’è anche uno sguardo rivolto al futuro. La recente collaborazione con Gué, che ha reinterpretato Acqua e sapone in chiave urbana, e il duetto con Tommaso Paradiso al Festival di Sanremo 2026 sulle note de L’ultima luna di Lucio Dalla raccontano un passaggio di testimone naturale, capace di avvicinare nuovi pubblici senza tradire l’identità degli Stadio. Alla fine resta una sensazione difficile da spiegare. Quella di aver assistito all’esibizione di uno dei più grandi autori della musica italiana che, ancora oggi, continua a presentarsi con la discrezione di chi non ha mai sentito il bisogno di dimostrare qualcosa. Perché Gaetano Curreri, probabilmente, ha capito da tempo una verità semplice: il posto più importante non è il centro del palco. È il posto che una canzone riesce a occupare nella vita delle persone. Il tour farà nuovamente tappa in Abruzzo il prossimo 9 agosto, quando Io sono le mie canzoni arriverà a Montesilvano nell’ambito del Wave Music Festival.
