La recente visita a Scerne di Pineto richiama alla memoria un episodio rimasto fuori dalle cronache: la presenza del Principe tra i soccorritori all’indomani del terremoto del 6 aprile 2009.
Un ricordo personale che, a distanza di anni, conserva intatto il suo significato
Ci sono immagini che il tempo non cancella. Restano silenziosamente custodite nella memoria e riaffiorano quando un fatto del presente le richiama alla luce. È quello che mi è accaduto nei giorni scorsi, leggendo della visita di Emanuele Filiberto di Savoia alla Casa Famiglia Madre Ester di Scerne di Pineto. Le parole con cui gli operatori della struttura hanno raccontato quell’incontro – «semplicità, ascolto e sincera attenzione» – hanno riportato alla mente un episodio che avevo quasi rimosso. Un episodio di cui fui testimone e che risale alle ore immediatamente successive al terremoto che il 6 aprile 2009 devastò L’Aquila.
In quei giorni mi trovavo nel Palasport della caserma della Guardia di Finanza, dove era stata allestita una delle basi operative dei soccorsi. Facevo parte di un gruppo di volontariato militare e, nel pomeriggio del 6 aprile, avevo preso parte a un sopralluogo nel centro cittadino insieme al comandante del Corpo. Ricordo ancora il silenzio irreale di una città ferita e una notte trascorsa su un giaciglio di fortuna, accompagnata dalle continue scosse di assestamento. La mattina seguente, quasi per caso, il mio sguardo si posò su un piccolo gruppo di persone che percorreva le diverse postazioni operative. In testa riconobbi Emanuele Filiberto. Non era una visita ufficiale. Non c’erano telecamere, fotografi o taccuini.
Lo vidi fermarsi davanti ai responsabili delle varie squadre, ascoltare con attenzione, chiedere informazioni, cercare di comprendere direttamente ciò che stava accadendo. Nessuna ostentazione, nessun gesto studiato. Soltanto una presenza discreta. È un’immagine che mi è rimasta impressa. Non tanto per il personaggio in sé, quanto per l’atteggiamento con cui si muoveva in quel contesto. C’era compostezza, rispetto per il lavoro di chi era impegnato nei soccorsi e, almeno questa fu la mia percezione, una partecipazione autentica al dolore di una comunità.
Naturalmente si tratta di una sensazione personale, maturata osservando quella scena dall’alto del Palasport. Emanuele Filiberto non ricopriva alcun incarico istituzionale. Non rappresentava lo Stato né aveva responsabilità operative. Eppure, in quelle ore così drammatiche, la sua presenza mi trasmise l’idea di qualcuno che aveva semplicemente ritenuto giusto esserci. Per quanto mi è dato ricordare, di quella visita non comparve alcuna notizia sui giornali. Forse perché non era stata organizzata per essere raccontata. Forse perché, semplicemente, non era questo il suo scopo.
A distanza di diciassette anni continuo a pensare che, in certe circostanze, il valore di una presenza non si misuri dalla sua risonanza mediatica. Ci sono gesti che non cambiano il corso degli eventi, ma raccontano un modo di interpretare il rapporto con gli altri. Essere accanto a chi soffre, anche in silenzio, significa riconoscere la dignità del loro dolore.
La visita alla Casa Famiglia Madre Ester mi ha restituito quel ricordo con sorprendente nitidezza. Ho ritrovato lo stesso stile che avevo intravisto allora: una presenza sobria, rispettosa, lontana dal clamore. È soltanto un ricordo personale, ma sentivo che meritava di essere raccontato. Perché, in un tempo in cui troppo spesso conta apparire, non è inutile ricordare che, talvolta, il gesto più significativo è semplicemente quello di esserci. Ci sono ricordi che non fanno rumore. Restano semplicemente dove sono sempre stati, in attesa che un fatto del presente li riporti alla luce. Questo è uno di quelli.

