Piane Sant’Andrea dimenticata: il futuro promesso resta una pagina vuota

ATRI – Da promessa di sviluppo a fotografia del declino. Il nucleo artigianale di Piane Sant’Andrea rappresenta oggi una delle pagine più amare della politica di rilancio produttivo del territorio atriano. Quello che doveva diventare un moderno polo capace di attrarre imprese e creare occupazione si presenta invece come un’area segnata dal degrado, dove le promesse hanno lasciato il posto a buche, erbacce e strutture dimenticate.

Ogni giorno imprenditori, lavoratori e cittadini si trovano a fare i conti con una realtà ben diversa da quella raccontata negli annunci ufficiali. Strade dissestate, manutenzione quasi inesistente e un generale senso di abbandono restituiscono l’immagine di un comparto che sembra essere stato lasciato ai margini delle priorità amministrative.

Eppure, nel 2020, lo scenario prospettato era completamente diverso. Si parlava di riqualificazione dell’area, di infrastrutture moderne, di banda larga, di attrazione di nuovi investimenti e delle opportunità legate ai fondi europei del Recovery Fund. L’allora assessora alle Attività produttive aveva annunciato un percorso condiviso con Confindustria e Arap per rilanciare il nucleo artigianale e superare le criticità che da anni frenavano lo sviluppo.

A distanza di sei anni, però, di quel progetto restano soprattutto le parole. I problemi sono ancora lì, forse aggravati dal tempo. Nessuna trasformazione radicale, nessun salto di qualità, nessuna risposta concreta alle esigenze di un’area che avrebbe dovuto rappresentare un punto di forza dell’economia locale.

A pesare ulteriormente è stata anche l’esclusione di Piane Sant’Andrea dalla Zona Economica Speciale (ZES), una mancata opportunità che ha impedito alle imprese del territorio di beneficiare di agevolazioni fiscali e semplificazioni burocratiche pensate proprio per favorire nuovi investimenti e crescita occupazionale.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’area produttiva che invece di diventare attrattiva fatica persino a garantire condizioni dignitose per chi già vi opera.

Il caso del terminal degli autobus extraurbani, trasferito a Piane Sant’Andrea nell’ottobre 2024, rappresenta un altro simbolo di questa contraddizione. Una scelta che si è trasformata nell’ennesimo esempio di programmazione incompleta.

Gli autisti sono costretti a utilizzare due container metallici come locali di servizio durante le pause, mentre la palazzina destinata ad accoglierli rimane inutilizzata, circondata dal degrado e dalla vegetazione incontrollata. Accanto, un’altra struttura nata con ambizioni diverse – prima pensata come centro direzionale, poi ipotizzata come ristorante – resta lì, vuota e abbandonata, come una vera e propria cattedrale nel deserto.

Piane Sant’Andrea è diventata così il luogo dove il racconto dello sviluppo si scontra con la realtà quotidiana. Da una parte gli annunci di innovazione e rilancio, dall’altra una zona produttiva che chiede semplicemente manutenzione, servizi e attenzione.

Non servono nuovi slogan o altre promesse: servono interventi concreti. Perché un territorio non cresce con i comunicati stampa, ma con opere realizzate, infrastrutture funzionanti e una visione capace di trasformare le opportunità in risultati.

Oggi Piane Sant’Andrea resta una ferita aperta nel tessuto produttivo atriano. Una ferita che continua a ricordare quanto sia grande la distanza tra ciò che è stato promesso e ciò che, finora, è stato realmente fatto.