Atri, il “dissesto mascherato”: tasse al massimo, servizi ridotti e il conto che cresce

Ad Atri la matematica finanziaria sembra aver preso una strada tutta sua. Una di quelle strade dove il percorso è lungo 15 anni, il pedaggio è salato e, soprattutto, non è ancora chiaro se alla fine del viaggio ci sarà una destinazione o soltanto un altro casello.

Il Comune è alle prese con un piano di rientro da circa 12 milioni di euro spalmato su un arco temporale di quindici anni. Una cifra che, tradotta nella vita quotidiana dei cittadini, significa una lunga stagione di sacrifici e bilanci da tenere sotto osservazione. Ma il problema è che quella somma potrebbe non essere l’unica da mettere in conto.

Sul tavolo, infatti, pesa anche la questione della gestione “post mortem” della discarica di Santa Lucia. Nei giorni scorsi il Tar ha respinto il ricorso presentato dai Comuni che fanno parte del Consorzio, aprendo scenari che potrebbero tradursi in ulteriori costi da sostenere. Una sorta di eredità ambientale che arriva dal passato e che rischia di finire, come spesso accade, sulle spalle dei cittadini del presente.

E qui nasce la domanda, provocatoria ma non del tutto peregrina: al cittadino atriano conviene davvero un lungo percorso di riequilibrio oppure sarebbe stato più trasparente affrontare la strada del dissesto?

Una domanda che non nasce dal desiderio di tifare per il default finanziario, ma dalla constatazione di una situazione paradossale. Perché il Comune, per rispettare gli obblighi del risanamento, ha già portato le tariffe ai livelli massimi consentiti e ha ridotto diversi servizi. Il margine di manovra sembra ridotto al minimo: le entrate sono state spremute e le spese tagliate.

Nel frattempo, l’unica novità facilmente percepibile da molti cittadini sembra essere stata l’introduzione dei parcheggi a pagamento. Una scelta che, in un contesto di sacrifici economici, può apparire come l’ennesimo contributo richiesto alla comunità.

Il dissesto, che in fondo è una tragedia amministrativa, ha una disciplina precisa. Non significa chiudere il Comune o lasciare i cittadini senza servizi. In caso di dichiarazione formale, i debiti pregressi vengono affidati a un Organo straordinario di liquidazione (OSL), mentre l’amministrazione prosegue la gestione ordinaria con regole più rigide.

La Corte dei conti, nell’ambito dei propri controlli, può accertare situazioni di grave squilibrio finanziario quando emergono problemi come mancati equilibri di bilancio, disavanzi non ripianati, debiti privi di adeguata copertura o difficoltà nel garantire servizi essenziali. In questi casi può imporre misure correttive e, se il risanamento non è possibile, può aprire la strada alle procedure previste dal Testo unico degli enti locali.

Come detto prima del dissesto esiste anche la strada del piano di riequilibrio finanziario pluriennale, quella che sta percorrendo Atri. Ma il rischio è che il cittadino si trovi davanti a una sorta di “dissesto a rate”: quindici anni di sacrifici, tasse elevate e servizi ridimensionati, senza la certezza che tutte le incognite siano già state eliminate.

Il punto politico e amministrativo, dunque, è uno solo: il risanamento ha senso se produce un miglioramento visibile, se restituisce servizi, se ridà prospettiva al territorio. Altrimenti il rischio è che il cittadino percepisca soltanto il lato più amaro dell’operazione: pagare di più per avere meno.

Atri rischia così di trovarsi davanti a un curioso paradosso: non un Comune dichiaratamente in dissesto, ma una comunità chiamata comunque a vivere gli effetti di una lunga emergenza finanziaria.

La domanda resta sospesa: siamo davanti a un percorso di risanamento oppure a una lunga traversata nel deserto dei bilanci pubblici? La risposta, più che dai numeri, arriverà dalla capacità dell’amministrazione di dimostrare che quei sacrifici hanno un obiettivo concreto e non sono soltanto il prezzo da pagare per errori accumulati negli anni.

 

NB – L’immagine di copertina è generata dall’IA