Dal basket alla nutrizione: Matteo Del Principio, Fontecchio e il progetto Saisei

In occasione della sua partecipazione alla rassegna “Atri a Tavola” di mercoledì 12 agosto, abbiamo incontrato Matteo Del Principio, preparatore atletico e fondatore del progetto “Saisei”, per parlare del suo percorso professionale, del complesso rapporto tra nutrizione e performance e della collaborazione pluriennale con Simone Fontecchio.

Matteo, come è cominciata la collaborazione con Simone Fontecchio e cosa ti ha colpito di più?

Tutto è iniziato nel 2019 alla Reggiana, in Serie A. Lui era un giovane in uscita dall’Olimpia Milano. Abbiamo lavorato a distanza per anni, tra Berlino e Vitoria, in Spagna, per poi ritrovarci fianco a fianco con l’approdo agli Utah Jazz. Ciò che mi ha colpito di più è stata la sua incredibile capacità di rigenerarsi e imporsi a ogni livello, adattandosi sempre a standard sempre più elevati.

Quali differenze noti tra il basket europeo e quello americano?

La differenza principale è economica: l’NBA dispone di mezzi e impianti che in Europa non possiamo permetterci. Tuttavia, noi siamo superiori sotto il profilo metodologico e tattico. La nostra formazione è più aperta, multidisciplinare e consapevole rispetto al sistema americano, che è molto più protocollato.

Sei stato preparatore per una squadra in Ucraina. Cosa ci puoi raccontare di quell’avventura? C’è un episodio che ti è rimasto impresso?

In realtà, lavoravo per una squadra di Champions League con una rosa composta per metà da giocatori della Nazionale ucraina. Mi hanno colpito le strutture all’avanguardia, costruite in pochissimo tempo, e la profonda cultura sportiva del Paese: gli atleti hanno un bagaglio fisico-culturale importante fin da giovanissimi. Ricordo con orgoglio che quell’anno vincemmo quasi tutto – campionato e Supercoppa – e arrivammo ai quarti di Champions, un percorso purtroppo interrotto bruscamente dallo scoppio della guerra.

Ad “Atri a Tavola” parlerai di alimentazione. Com’è il tuo rapporto con il cibo come strumento di lavoro?

È un rapporto complesso. In campo è un supporto che guida l’atleta, aiutandolo a performare e recuperare. Ma è fondamentale anche fuori dal rettangolo di gioco: il cibo è team building, un momento sociale che unisce. Va gestito con estrema consapevolezza e personalizzazione, perché è un’arma potente, sia in positivo sia in negativo.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi professionali e personali nel mondo dello sport?

Il mio obiettivo attuale non è tanto inseguire un nuovo traguardo, quanto migliorare costantemente quello che ho già realizzato. Voglio approfondire le mie conoscenze per offrire un servizio a tutto tondo, non limitandomi all’aspetto fisico, ma lavorando sulla persona, sulla mente e su ogni elemento che circonda la performance.

E poi c’è il grande progetto della Palestra Saisei, nome giapponese che significa “rigenerazione” e “rinascita”, una cultura che mi affascina e che ho recentemente inaugurato a Roseto degli Abruzzi, dove faremo formazione per i ragazzi di Scienze motorie, con l’obiettivo di fare da ponte tra l’università e il mondo del lavoro.

All’apertura hanno partecipato i giovani cestisti della Scuola Minibasket Roseto, insieme a Simone Fontecchio e Matteo Spagnolo.