Gaza, il dramma di una famiglia sotto le bombe: «Viviamo nella paura, chiediamo solo di sopravvivere»

nostra intervista a Andreina Sirena

Il conflitto a Gaza non si misura soltanto con i numeri della distruzione, spezzando l’infanzia e logorando la speranza dei genitori. Questa profonda ferita emerge con tutta la sua drammaticità nella storia di Andreina Sirena, docente e attivista per i diritti umani, e nel legame che la unisce a una famiglia di Gaza. Il nucleo familiare è composto da Muhammad, di 34 anni, da sua moglie Rania, di 29 anni, e dai loro tre figli: Saadallah, di 11 anni, Aziz, di 8, e il piccolo Moatez, di soli 4 anni.

«In seguito a un violento bombardamento – racconta Andreina – la famiglia mi ha affidato un messaggio struggente, un racconto dal vivo di cosa significhi sopravvivere sotto le tende. Le parole descrivono una paura ancestrale, un terrore che non assomiglia a nulla di conosciuto prima. Gli attacchi si susseguono minacciosi e vicini, trasformando qualsiasi rumore in un campanello d’allarme. Bastano il rombo di un aereo o un’esplosione lontana per spaventare i bambini, i quali cercano immediatamente lo sguardo dei genitori alla ricerca di un riparo che non esiste più».

Aggrappati alla fede e alla solidarietà di chi, come Andreina, non li dimentica, ciò che stringe il cuore di ogni madre è l’immagine straziante di una genitorialità disarmata.

Rania scrive nel messaggio: «Moatez e i bambini vivono ormai in uno stato di paura continua. Cerchiamo di rassicurarli e diciamo loro che Dio è con noi e che siamo al loro fianco, e cerchiamo di mostrarci forti davanti a loro affinché la loro paura non aumenti. Ma la verità è che anche i nostri cuori tremano dall’interno. Come possono un padre e una madre rassicurare i propri figli quando essi stessi non sanno cosa accadrà tra un’ora? A volte la nostra intera vita si è ridotta a una sola domanda dolorosa: quando toccherà a noi? Saremo presi di mira? Sopravviveremo?»

Per una madre, non c’è dolore più grande che guardare il proprio bambino e non sapere come proteggerlo, non sapere cosa accadrà tra un’ora. Rania aggiunge: «Quello che mi addolora di più è che i miei figli non pensano più come bambini. Invece di chiedere della scuola, del gioco e del futuro, chiedono: dove andremo se c’è un bombardamento? Resteremo vivi? Dormiremo al sicuro stanotte? E queste sono domande molto più grandi dei loro cuori».

E prosegue: «La nostra unica preghiera è che Dio ci protegga e protegga i nostri figli, e che arrivi un giorno in cui potremo vivere una vita normale e dormire una notte senza avere paura di svegliarci al suono di un’esplosione».

L’appello di Andreina Sirena: «Non possiamo permettere che il silenzio cali su Gaza e che queste vite vengano ridotte a cifre statistiche. Faccio un appello accorato ai media affinché continuino a tenere sempre accesa l’attenzione su questa tragedia umanitaria. Dimenticare Muhammad, Rania, i loro bambini e le migliaia di famiglie intrappolate nell’incubo significa abbandonarli due volte. L’informazione e la vicinanza del mondo sono il solo filo di speranza per spezzare l’isolamento di chi lotta ogni giorno».

Per questo motivo, la testata TE24 sceglie di aderire con forza a questo appello, impegnandosi a non spegnere i riflettori su questa drammatica realtà.

 

People walk at a site destroyed during the Israeli offensive, in Beit Lahiya, in the northern Gaza Strip, August 18, 2026. REUTERS/Mahmoud Issa