Atri, da città dei servizi a città dell’accoglienza: una promessa ancora da mantenere

«Atri, da città dei servizi a città dell’accoglienza»: era questo lo slogan del Piano Strategico annunciato nel 2010 e arrivato alla sua fase operativa nel 2018, con l’ambizione di accompagnare la città verso una nuova vocazione turistica. Un piano, per altro, che – secondo una vecchia contestazione politica – sarebbe costato centinaia di migliaia di euro; gli atti contabili necessari a verificare e quantificare con precisione la spesa complessiva non risultano però attualmente reperibili nella documentazione online indicizzata. Costi a parte, a distanza di anni, però, i numeri dell’offerta ricettiva raccontano una realtà che alimenta più di qualche interrogativo. Oggi Atri conta 25 strutture ricettive, per complessivi 325 posti letto e 51 camere, con un rapporto di circa 3,3 posti letto ogni 100 abitanti. Numeri che appaiono ridotti se confrontati con quelli dei due principali centri costieri vicini. Silvi può contare infatti su 118 strutture e ben 5.506 posti letto, mentre Pineto dispone di 159 strutture per complessivi 4.811 posti letto.
Il confronto evidenzia una distanza significativa nella capacità di accogliere e soprattutto di trattenere i visitatori sul territorio. Diventa, quindi, naturale sostenere che il passaggio dalla “città dei servizi” alla “città dell’accoglienza” sia rimasto, almeno in parte, più uno slogan che una trasformazione concreta. Atri continua infatti a essere una meta prevalentemente legata al turismo culturale e alle visite di poche ore, con molti visitatori che scelgono la costa per il pernottamento. Anche il progetto dell’Albergo Diffuso, rilanciato nel 2018 per recuperare le abitazioni inutilizzate del centro storico, non ha prodotto finora i risultati attesi. Parallelamente, la città ha progressivamente perso parte di quei servizi che ne avevano caratterizzato storicamente il ruolo nel territorio. Il ridimensionamento del polo sanitario e la perdita o il ridimensionamento di importanti presidi amministrativi hanno inciso sul peso economico e sociale di Atri.
L’idea di compensare questa trasformazione attraverso il turismo, secondo le critiche, non avrebbe ancora prodotto un indotto sufficiente. A risentirne è anche il commercio del centro storico, alle prese con difficoltà che diventano particolarmente evidenti nei mesi invernali. Il problema, quindi, non riguarda soltanto il numero delle strutture ricettive, ma la capacità complessiva di costruire un sistema turistico in grado di generare permanenza e consumi. Pesano anche le carenze infrastrutturali e i collegamenti non sempre agevoli tra la costa, la stazione ferroviaria di Pineto-Atri e il centro storico. Senza una mobilità più efficace, il rischio è quello di rendere Atri difficilmente raggiungibile per chi arriva senza automobile. La vera sfida resta dunque quella di trasformare il patrimonio storico, culturale e ambientale in un’offerta turistica organizzata, moderna e capace di destagionalizzarsi. Il confronto con Silvi e Pineto dimostra quanto sia ancora ampio il divario sul piano dell’ospitalità. La domanda che resta sul tavolo è quindi inevitabile: Atri è davvero diventata una “città dell’accoglienza” oppure deve ancora completare quel percorso immaginato oltre quindici anni fa?