Scuola ad Atri, l’allarme di un’ex docente: “I bambini non sono numeri da spostare”

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La recente decisione di rimodulare gli spazi didattici nel Comune di Atri solleva interrogativi profondi che, come ex docente e come genitore, sento il dovere professionale e il bisogno viscerale di analizzare pubblicamente. Il provvedimento, che prevede la coabitazione dei locali della scuola elementare con gli studenti del liceo e il contestuale trasferimento di alcune classi della primaria nella nuova scuola media, rappresenta un vero e proprio strappo al tessuto educativo, pedagogico e sociale della nostra comunità. Di fronte al grido d’allarme, sacrosanto, lanciato dalle famiglie, comprendere e condividere le preoccupazioni dei genitori non significa arroccarsi in una protesta sterile, ma rimettere al centro del dibattito il valore fondamentale della specificità pedagogica e della tutela dell’infanzia.

Ho trascorso una vita intera all’interno delle mura scolastiche, studiando e applicando i principi dello sviluppo infantile, e so bene che la scuola non è un semplice contenitore di arredi, né un magazzino da svuotare e riempire a piacimento secondo logiche di quadratura immobiliare o convenienze burocratiche. Essa rappresenta un ecosistema educativo in cui lo spazio fisico è, a tutti gli effetti, uno spazio pedagogico che modella la mente e l’anima. Da genitore, prima ancora che da ex insegnante, tremo all’idea che si dimentichi che parliamo di bambini: creature nel pieno di una crescita delicatissima, che hanno il diritto assoluto di vivere gli anni più importanti della loro formazione in un ambiente protetto, sereno, accogliente e rigidamente pensato a loro misura.

Imporre la coabitazione quotidiana tra alunni delle elementari e ragazzi del liceo significa ignorare deliberatamente l’abisso che separa queste due fasce d’età, caratterizzate da esigenze di sviluppo, ritmi biologici, linguaggi e modalità relazionali totalmente differenti. Chi ha insegnato sa che i bambini della scuola primaria necessitano di una bolla protetta che ne custodisca l’esplorazione e la spontaneità del gioco. La presenza quotidiana e massiccia di studenti delle superiori, pur nella massima correttezza di questi ultimi, rischia inevitabilmente di alterare questa dimensione, generando dinamiche involontarie di soggezione, comprimendo lo spazio vitale dei più piccoli e frammentando quella percezione di totale sicurezza e familiarità che il plesso elementare deve garantire. Da madre e da padre, il solo pensiero che i nostri figli debbano muoversi in spazi condivisi con ragazzi quasi adulti ci priva della serenità elementare che ogni genitore pretende quando affida il proprio figlio allo Stato.

Da ex insegnante, trovo ancor più inaccettabile lo sradicamento logistico ed emotivo derivante dalla scelta di frammentare il ciclo elementare, trasferendo alcune classi terze, quarte o quinte nella struttura della nuova scuola media. Questo provvedimento spezza brutalmente la continuità didattica, l’architettura psicologica dei gruppi-classe e l’unità di una comunità scolastica che ha il diritto di crescere insieme, creando, peraltro, inaccettabili disparità di trattamento e alunni di “serie A” e “serie B”. Anticipare l’ingresso dei bambini in un contesto strutturato per la preadolescenza priva il percorso evolutivo della sua naturale armonia e costringe i piccoli a muoversi in ambienti non adatti alla loro maturità emotiva. Di riflesso, come famiglie ci troviamo a gestire una vera e propria babele organizzativa, fatta di orari inconciliabili, trasporti complessi e della perdita dolorosa dei punti di riferimento sul territorio.

Le legittime esigenze di razionalizzazione degli spazi pubblici o la gestione delle emergenze strutturali degli altri istituti sono comprensibili, ma non possono essere sanate sulla pelle dei bambini delle elementari, che rappresentano la fascia più vulnerabile e indifesa della popolazione. È fin troppo facile risolvere i problemi gestionali penalizzando chi non ha voce per protestare, se non attraverso l’amore incondizionato dei propri genitori e l’esperienza sul campo di chi la scuola la conosce e l’ha vissuta dall’interno per una vita intera.

La tutela dell’infanzia e la qualità dell’offerta formativa devono rimanere criteri prioritari e non negoziabili. Sostenere questa battaglia significa, in definitiva, difendere l’idea stessa di scuola come luogo di tutela e rivendicare il diritto a una pianificazione lungimirante. La nostra comunità merita soluzioni alternative concrete, capaci di guardare al futuro senza sacrificare il benessere psicopedagogico dei cittadini di domani sull’altare delle necessità burocratiche del presente.