11 settembre 2001: la storia di una famiglia rosetana (la mia) dentro la tragedia che cambiò il mondo

Ascolta l’articolo

0:00

Ci sono momenti in cui la Storia entra nelle case senza bussare. Non chiede permesso. Non si annuncia. Arriva attraverso uno schermo televisivo, interrompe una giornata normale, cambia il significato delle parole e, per qualche ora, rende impossibile perfino capire che cosa si stia guardando. Per me, quel momento arrivò il primo pomeriggio dell’11 settembre 2001. Avevo 43 anni, scrivevo per il Centro. Avrei dovuto fare quello che facevo ogni giorno: seguire le notizie, comprenderle, raccontarle. Quel giorno, invece, non riuscivo a scrivere. Perché, mentre il mondo guardava New York, io avevo una domanda che nessuna televisione, nessuna agenzia di stampa e nessuna telefonata riusciva a cancellare: dov’era mia figlia? Diletta aveva 17 anni. Era negli Stati Uniti e, proprio in quei giorni, aveva in programma una visita alle Torri Gemelle. Io non sapevo esattamente quando. E questa incertezza, che in qualsiasi altra circostanza sarebbe stata soltanto un dettaglio organizzativo, quel giorno diventò un abisso. «Non volevo credere a quello che stavo vedendo».

All’inizio c’è soltanto la televisione

Un’edizione speciale del telegiornale. Le immagini delle Torri. Il fumo. La gente che corre. Il primo aereo che si schianta contro la Torre Nord alle 8.46 del mattino, ora di New York. Poi, diciassette minuti più tardi, il secondo aereo che colpisce la Torre Sud. In pochi minuti quello che poteva sembrare un incidente terribile assume la forma di qualcosa di mai visto prima: un attacco coordinato contro gli Stati Uniti.

Guardo e ascolto. In apnea. Non riuscivo a credere a ciò che stavo vedendo in TV. Ma c’è una differenza tra assistere a una tragedia e sapere che qualcuno che ami potrebbe trovarsi esattamente dentro quella tragedia. E quella differenza mi faceva impazzire: mia figlia è dall’altra parte dell’oceano. Il fuso orario confonde le idee. Le informazioni arrivano frammentarie, si accavallano, cambiano di minuto in minuto. Le televisioni continuano a trasmettere immagini che sembrano appartenere a un film catastrofico, ma è tutto vero. E nella testa di un padre una sola domanda continua a girare: Diletta dov’è?

Il telefono che non squilla

Oggi siamo abituati a poter raggiungere quasi chiunque in qualsiasi momento. Nel 2001 era diverso. E in quel giorno, soprattutto, era tutto diverso. Le comunicazioni con gli Stati Uniti diventano difficilissime. Il traffico aereo viene fermato: per la prima volta nella storia, la Federal Aviation Administration dispone il blocco di tutti i voli commerciali e dell’aviazione civile nello spazio aereo continentale degli Stati Uniti. Migliaia di aerei vengono fatti atterrare. New York è isolata. Per noi, a Roseto, non esiste ancora la possibilità di prendere un telefono e trovare immediatamente una risposta. Niente comunicazioni. Nessuna possibilità concreta di mettersi in contatto con l’America.

Neppure attraverso la Farnesina. È il caos. Nessuno poteva entrare a New York e nessuno poteva uscirne. La frase restituisce perfettamente la sensazione di quei giorni: una città trasformata in un luogo irraggiungibile, mentre il resto del mondo cerca disperatamente di capire che cosa stia accadendo. A New York, intanto, il bilancio della tragedia continua a crescere. Le due Torri crollano: la Torre Sud alle 9.59, la Torre Nord alle 10.28. L’attacco colpisce anche il Pentagono e un quarto aereo, il volo United Airlines 93, precipita in Pennsylvania dopo che passeggeri e membri dell’equipaggio tentano di riprendere il controllo dell’aereo. Alla fine saranno 2.977 le vittime degli attentati, senza contare i 19 dirottatori.

Ma per una famiglia di Roseto quei numeri, in quel momento, non esistono ancora. Esiste una sola persona. Diletta. A casa Centola, la paura ha quattro volti. Ci sono io. C’è Gabriella Innamorati, la madre di Diletta. Quel giorno Gabriella è al lavoro. Non sa ancora nulla. E quando si accorge che qualcosa di terribile è successo, a colpirla non sono soltanto le immagini o le parole. Sono gli sguardi dei suoi colleghi. «Non capivo perché tutti mi guardassero con gli occhi terrorizzati». È una frase che racconta bene anche il modo in cui l’11 settembre entrò nella vita di milioni di persone: prima ancora di comprendere, si vedeva la paura negli occhi degli altri.

Poi ci sono Dante, 13 anni, e Ilaria, appena 5. Non sono a New York. Non sono dentro quelle immagini. Ma sono dentro la disperazione dei loro genitori. Per loro, la tragedia americana arriva a Roseto attraverso le facce dei grandi, attraverso il silenzio, attraverso la televisione accesa e soprattutto attraverso una paura che un bambino può non saper spiegare, ma che sa riconoscere perfettamente. La famiglia Centola vive così l’11 settembre: non come una notizia lontana, ma come qualcosa che potrebbe avere il volto di Diletta.

Il giornalista che quel giorno non riusciva a scrivere

C’è anche un paradosso che appartiene alla mia professione di giornalista. Il mio mestiere è sempre stato raccontare ciò che accade. Ma quel giorno non riuscivo a farlo. Come si può trasformare in cronaca qualcosa che ti sta attraversando il petto? Come si può cercare la distanza professionale quando tua figlia potrebbe essere a poche centinaia di metri da quelle Torri? Così il giornalista lascia spazio al padre. E il padre non cerca una notizia. Cerca un segnale. Un contatto. Una conferma. Qualunque cosa possa trasformare quella paura senza forma in una risposta. Sì, Diletta sta bene. Sono parole semplicissime. Ma in quei giorni sembrano impossibili da raggiungere.

Quattro giorni di attesa

Passano le ore. Poi passano i giorni. New York è ferita, sconvolta, irriconoscibile. Gli Stati Uniti sono ancora sotto choc. L’aviazione civile americana è stata completamente fermata e il mondo intero sta facendo i conti con una realtà che fino a poche ore prima sembrava inconcepibile.

Per la nostra famiglia, però, il tempo ha un’altra misura. Non si misura in ore. Si misura nella distanza che ci separa da Diletta. Poi, finalmente, arriva un raggio di luce. Quattro giorni dopo l’attacco c’è la possibilità di imbarcarsi su un aereo. Un volo da New York verso Roma. Il mondo dell’aviazione sta lentamente ricominciando a muoversi, tra controlli di sicurezza eccezionali e una cautela mai vista prima. Il 16 settembre, a Fiumicino, sono attesi i primi rientri da New York: tra questi l’Alitalia AZ 611, previsto alle 9.55, e l’AZ 609. Per la nostra famiglia quel volo non è più semplicemente un numero. È una possibilità. È la speranza di riabbracciare Diletta.

Fiumicino: gli occhi sul tabellone

E così arriviamo all’immagine che forse più di ogni altra può raccontare questa storia. Leonardo da Vinci. Fiumicino. Un aeroporto che in quei giorni è diventato un luogo di attese, partenze, controlli, ritorni. Ero lì. Non guardo il mondo. Non guardo la televisione. Non guardo i giornali. Guardo un tabellone. Gli occhi sono fissi sugli arrivi. Aspetto. Aspetto un aereo partito da New York. Aspetto mia figlia.

Intorno ci sono altre persone, altre storie, altre famiglie. Ma per un padre il tabellone si restringe fino a contenere una sola riga. Poi, finalmente, compare. Timida. Quasi incredibile. AZ 611. È lì. Il volo che arriva da New York. Il volo che significa che Diletta è tornata. O sta tornando. E in quel momento, per Federico, Gabriella, Dante e Ilaria, l’11 settembre smette lentamente di essere soltanto il giorno in cui il mondo è cambiato. Diventa il giorno in cui hanno avuto paura di perdere una figlia, una sorella. E il giorno in cui hanno ricominciato a respirare.

Da Roseto a New York, una storia dentro la Storia

Sono passati 25 anni. Le immagini delle Torri Gemelle continuano a essere tra le più riconoscibili e sconvolgenti del nostro tempo. L’11 settembre ha cambiato gli Stati Uniti, la politica internazionale, i controlli aeroportuali, il modo stesso in cui il mondo occidentale ha guardato alla sicurezza e al terrorismo.

Ma la Storia, quando entra nelle vite delle persone, non è fatta soltanto di grandi numeri. Non sono soltanto 2.977 vittime. Non sono soltanto quattro aerei dirottati. Non sono soltanto due Torri che crollano, il Pentagono colpito, un aereo precipitato in Pennsylvania.

La Storia è anche un padre di 43 anni che, a Roseto degli Abruzzi, guarda la televisione e non riesce più a scrivere. È una madre che arriva al lavoro e si domanda perché tutti la stiano guardando con gli occhi terrorizzati. È un ragazzo di 13 anni e una bambina di 5 che vedono gli adulti disperati senza riuscire forse a comprendere fino in fondo il motivo. È una ragazza di 17 anni dall’altra parte dell’oceano. È un telefono che non squilla. È un silenzio lungo quattro giorni. È un aeroporto. È un tabellone. E alla fine è una sigla di volo che diventa, per una famiglia di Roseto, la più bella delle notizie: AZ 611.

Quel giorno il mondo intero aspettava di capire cosa fosse successo a New York. A Fiumicino, invece, una famiglia aspettava soltanto di sapere se una figlia sarebbe tornata a casa. E quando quella scritta comparve sul tabellone, finalmente, dopo quattro giorni sospesi, la paura lasciò spazio alle lacrime.