Care nipotine,
C’era una volta, su un’alta collina accarezzata dal sole d’Abruzzo, una regina antica e bellissima di nome Atri. Aveva cinte di mura imponenti, cattedrali che sembravano ricamate nel marmo e, nascosti sotto le sue strade di pietra, segreti millenari risalenti all’epoca dei Romani. Questa non è la favola di un regno lontano, ma la storia del posto in cui vivo e che voi conoscete così bene.
A guardarla oggi, questa regina sembra una specie di Bella Addormentata. È seduta sul suo trono di calanchi, possiede tesori immensi, ma ha dimenticato dove ha nascosto le chiavi per mostrarli al mondo. Oppure, semplicemente, i suoi custodi non riescono a mettersi d’accordo su come svegliarla.
Quando venite a trovarmi d’estate, Atri vi appare nel suo abito più splendente. È un castello incantato: le piazze sono piene di voci, le luci dei lampioni illuminano la gente che prende il gelato, la musica risuona nell’aria e i turisti camminano con il naso all’insù, fotografando la Cattedrale. In quei mesi la regina è felice, ride e balla. Ma c’è un’altra storia che comincia proprio quando la vostra macchina si allontana per riportarvi a casa.
È la storia di Atri quando l’estate finisce, i turisti ripartono e le giornate si fanno corte e fredde. Voglio raccontarvela perché amare un posto significa stargli vicino anche quando la festa è finita, capendo le sue ferite per sperare di vederlo guarire. E oggi, la nostra regina è molto stanca.
D’inverno, se un viaggiatore arrivasse qui in un pomeriggio silenzioso, troverebbe i musei sbarrati. Non perché manchino i quadri o le cisterne romane, ma perché manca un’organizzazione capace di tenerli vivi. Gestire la bellezza non significa solo girare una chiave nella toppa e aprire un portone; significa avere guide che parlano le lingue del mondo, laboratori dove i bambini possano sporcarsi le mani d’arte e mostre sempre nuove. Invece, il motore culturale di Atri oggi gira al minimo, come un’auto potente rimasta bloccata in folle. Il palcoscenico si accende solo da giugno ad agosto. Ma un paese non può respirare per tre mesi e trattenere il fiato per i restanti nove. Senza un turismo che duri tutto l’anno – che sappia attirare le persone per i nostri sentieri naturali, per la nostra cucina e la nostra storia – i negozi faticano a tenere alzate le serrande e i giovani non sanno come inventarsi un domani.
Ogni mattina, Atri si sveglia con un sussulto di giovinezza: centinaia di studenti arrivano dai paesi vicini per andare a scuola. È un momento bellissimo. Eppure, queste scuole sono sparse qua e là, dentro palazzi storici affascinanti ma rigidi. Manca l’idea di un “Campus”, un unico grande spazio moderno dove i ragazzi possano non solo ascoltare una lezione, ma fermarsi fino a sera per fare sport, studiare in biblioteca, suonare o fare teatro insieme. Senza questo cuore pulsante, la scuola resta solo un posto da cui scappare non appena suona l’ultima campanella.
Guidare una città è come timonare una grande nave in mezzo al mare. Richiede uno sguardo lungo, capace di vedere l’orizzonte. Chi si trova al timone di Atri oggi, purtroppo, sembra preoccupato solo di schivare le piccole onde del giorno dopo: riparare una buca, organizzare la festicciola del momento, badare all’ordinaria amministrazione. Manca una rotta coraggiosa per i prossimi dieci o vent’anni.
Ed è così che il nido diventa stretto. Quando passeggio per il corso in autunno e in inverno, mi accorgo che mancano i sorrisi e le voci dei ragazzi della vostra età o poco più grandi. Molti giovani nati qui, una volta cresciuti, fanno le valigie e partono. Esattamente come hanno fatto le vostre mamme. Non lo fanno perché non amino la loro terra, ma perché si sentono come piante rannicchiate in un vaso troppo piccolo, dove le radici non hanno spazio per espandersi. Senza aziende innovative, senza progetti legati all’arte, la città rischia di diventare un museo a cielo aperto popolato solo da nonni. E quando una comunità perde i suoi giovani, perde il suo domani.
Non vi racconto queste cose per farvi rattristare, mie care. Ve le racconto perché la delusione che a volte esce dalle mie parole non è rabbia: è solo un grandissimo amore che non si arrende. Atri ha tutte le carte in regola per essere una città moderna, colta e piena di vita.
Spero che la prossima volta che tornerete a trovarmi, potremo passeggiare lungo il corso e incontrare finalmente qualche porta di museo aperta in più e, magari, qualche cantiere aperto per costruire il futuro dei ragazzi.
Vi abbraccio fortissimo.
Il vostro nonno
