Ascoltando i toni entusiastici del governatore Marsilio (servizio del Tg3 Regione, “I dati dell’economia regionale”), l’Abruzzo sembrerebbe essere diventato la nuova locomotiva d’Italia. I comunicati istituzionali dipingono un quadro patinato: PIL in forte ripresa, un “balzo dell’export” che vola oltre il +23% grazie all’automotive e un tasso di disoccupazione ai minimi storici. Un racconto trionfalistico che celebra la regione come un modello capace di trainare il Mezzogiorno. Ma quanta di questa ricchezza scende davvero nelle tasche dei cittadini?
Se si abbandona la propaganda delle percentuali aggregate e si consultano i report Istat e le elaborazioni territoriali, come quelle del network Openpolis, la narrazione dorata comincia a mostrare profonde crepe. I dati ufficiali dicono che circa il 10% delle famiglie abruzzesi si trova tuttora in condizione di povertà relativa, mentre l’ultimo rapporto Istat sulle condizioni di vita conferma come oltre il 22% della popolazione nazionale, con incidenze ancora superiori nel Sud, resti esposto al rischio di povertà o esclusione sociale. L’occupazione cresce, è vero, ma spesso si tratta di lavoro frammentato o a basso reddito, incapace di compensare l’erosione salariale degli ultimi anni.
La forbice tra la retorica dei successi macroeconomici e la quotidianità è rappresentata dall’aumento del costo del carrello della spesa e della benzina. Nonostante il rallentamento dell’inflazione generale, i beni alimentari di prima necessità continuano ad accumulare i rincari degli anni passati. La distanza tra la retorica dei record e il portafoglio delle persone diventa lampante al momento del pieno d’auto. Le rilevazioni dell’Ufficio Studi CGIA stimano per l’Abruzzo una stangata sui carburanti da oltre 350 milioni di euro in più, mentre i listini alla pompa continuano a registrare aumenti consistenti sui prezzi medi nazionali. In una regione segnata da aree interne e trasporti pubblici spesso limitati, dove l’automobile è indispensabile per muoversi, fare rifornimento trasforma ogni spostamento di lavoro in un salasso per il bilancio domestico, annullando nei fatti i presunti vantaggi della “crescita record”.
Il contrasto appare stridente. Da un lato il trionfalismo di palazzo, che sventola i dati macroeconomici come trofei elettorali; dall’altro la realtà di famiglie che affrontano quotidiani sacrifici tra le bollette, la spesa al supermercato e il pieno alla pompa di benzina. L’Abruzzo cresce sulla carta nei report delle grandi società di consulenza, ma finché gli indici contabili non si tradurranno in un effettivo aumento del potere d’acquisto, i primati sbandierati resteranno soltanto un grande esercizio di propaganda.
