Un cittadino comune decide di ricostruire la storia della propria famiglia o, magari, ha la necessità di reperire un documento storico per questioni legali o di cittadinanza. Si rivolge al Comune di Roseto degli Abruzzi richiedendo un semplice estratto dell’atto di nascita di un antenato nato alla fine dell’Ottocento. La risposta che si vede recapitare via PEC ha però il sapore amaro di un vero e proprio ricatto burocratico.
Il documento protocollato dal Comune di Roseto degli Abruzzi accende i riflettori su una deriva burocratica preoccupante: l’utilizzo dei diritti di stato civile come strumenti per rimpinguare le casse comunali.
Per ottenere un estratto storico-anagrafico di un atto di nascita della fine dell’Ottocento, l’ente locale ha imposto un contributo fisso di ben 250 euro. Una cifra oggettivamente esorbitante, che si scontra con il principio di accessibilità e trasparenza della Pubblica Amministrazione.
Ai sensi della normativa vigente (art. 7, comma 5, della Legge n. 405/1990 e successive modifiche), il rilascio di certificati ed estratti di stato civile è, per regola generale, esente da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi genere. L’imposizione di una tariffa di 250 euro aggira la legge nazionale attraverso una delibera locale.
L’ente locale, applicando la delibera di Giunta n. 34/2025, ha trasformato i registri dello Stato Civile in un bancomat privato. Una cifra totalmente slegata da qualsiasi logica di “costo di segreteria” o rimborso delle spese vive.
Ma il vero capolavoro della vessazione amministrativa arriva nelle righe successive della comunicazione: «Non vi sarà rimborso in caso di esito negativo della ricerca».
In altre parole, il cittadino deve pagare in anticipo una somma astronomica, accettando il rischio che l’atto non venga trovato e lasciando i soldi nelle casse dell’ente senza ottenere nulla in cambio. Una scommessa al buio dove lo Stato vince sempre e l’utente perde comunque.
Questa dinamica assume i contorni di una scommessa a senso unico, dove l’amministrazione incassa sempre e il privato cittadino rischia di perdere tutto. Di fronte a simili cifre, la stragrande maggioranza della popolazione è inevitabilmente scoraggiata dall’intraprendere qualsiasi azione o richiesta ufficiale.
Molti comuni italiani, schiacciati dai tagli di bilancio, sembrano aver trovato nei diritti di segreteria e di stato civile un nuovo bancomat a cui attingere senza troppi scrupoli.
Siamo di fronte a una vera e propria barriera economica che discrimina la popolazione in base al reddito. Quando la Pubblica Amministrazione smette di fornire servizi e inizia a comportarsi come un esattore speculativo, il patto sociale tra istituzioni e cittadini si rompe definitivamente.
È accettabile che la memoria storica e i diritti anagrafici vengano sequestrati da delibere comunali affamate di risorse? È urgente una riflessione nazionale che metta un freno all’autonomia tariffaria dei comuni, per evitare che la memoria storica e i documenti d’archivio diventino merci di scambio accessibili solo a chi può permetterselo.
