Autore: Federico Centola

  • È morto Adamo “Damuccio” Brandimarte, addio a uno degli ultimi lupi di mare di Roseto

    È morto Adamo “Damuccio” Brandimarte, addio a uno degli ultimi lupi di mare di Roseto

    È morto Adamo Brandimarte, per tutti a Roseto “Damuccio”. Se ne va uno degli ultimi uomini di quella grande marineria rosetana che per decenni ha portato il nome della città sui mari di tutto il mondo. Adamo aveva trascorso gran parte della sua vita sulle navi. Una vita dura, fatta di partenze, mesi lontano da casa e ritorni attesi con trepidazione. Era figlio di una Roseto nella quale il mare rappresentava una strada, un lavoro, spesso l’unica possibilità per tanti giovani di costruirsi un futuro. Oggi quella generazione è quasi completamente in pensione e la sua storia rischia di perdersi. Ma uomini come Adamo ne sono stati protagonisti e testimoni fino all’ultimo.

    La famiglia Brandimarte, una delle famiglie storiche della città, ha dato infatti molti dei suoi figli al mare. Come accadeva a tantissime famiglie rosetane, i ragazzi partivano giovanissimi, in alcuni casi ancora minorenni, per imbarcarsi sulle navi oceaniche. Li aspettavano mesi e mesi di navigazione, con periodi di imbarco che non erano inferiori ai sei mesi consecutivi. Sei mesi lontano dalla propria casa, dalla moglie, dai figli, dai genitori. Un tempo che oggi appare quasi inconcepibile. Il mare, allora, non era quello delle vacanze e delle fotografie: era fatica, solitudine, responsabilità e spesso paura. Si partiva sapendo che per lungo tempo la propria famiglia sarebbe rimasta dall’altra parte dell’orizzonte. Era questa la vita dei marinai rosetani. Una vita che Adamo conosceva bene e che aveva scelto di affrontare con la forza e la dignità di quegli uomini abituati a non lamentarsi.

    Nel 2005 arrivò per lui un riconoscimento che rappresentava il coronamento di quella lunga esperienza. Adamo Brandimarte ricevette, dal Ministero dei Trasporti, con decreto del Presidente della Repubblica, la medaglia d’onore per la lunga navigazione. La medaglia d’oro viene assegnata a chi ha effettuato almeno vent’anni di navigazione su navi maggiori mercantili, da traffico o da pesca, munite di ruolo di equipaggio. Un’onorificenza riservata a chi ha dedicato una parte importante della propria vita al mare e subordinata anche alla condizione di non aver mancato all’onore. Per Adamo, però, quel giorno alla Capitaneria di porto di Pescara fu soprattutto un momento di grande emozione per un motivo molto personale. Nello stesso ufficio nel quale stava ricevendo il riconoscimento aveva prestato servizio militare suo figlio Mimmo. Un ricordo che tornò inevitabilmente a galla.

    Mimmo era morto nel 1985, a soli 24 anni, poco dopo aver terminato il servizio militare. Una morte prematura che aveva lasciato una ferita impossibile da rimarginare nella famiglia Brandimarte. Adamo aveva dovuto continuare a vivere, a lavorare, a navigare. Aveva continuato a solcare i mari del mondo portandosi dentro quel dolore. E forse proprio per questo la medaglia ricevuta nel 2005 aveva per lui un significato che andava ben oltre il riconoscimento professionale. Era il premio a una vita di lavoro, ma anche un momento nel quale il pensiero correva inevitabilmente a quel figlio perduto troppo presto. Oggi, al suo capezzale, c’era l’altro figlio Simone, insieme alla compagna Ombretta. È lì che si conclude il lungo viaggio di Adamo, dopo una vita trascorsa tra il mare e la terraferma, tra le partenze e il desiderio di tornare a casa.

    Con lui scompare uno degli ultimi rappresentanti di una stagione che ha segnato profondamente la storia di Roseto. Perché raccontare Adamo Brandimarte significa raccontare anche i tanti giovani rosetani che, nel secolo scorso, lasciavano la città ancora ragazzi per salire a bordo di una nave. Ragazzi che diventavano uomini lontano dalle proprie famiglie, affrontando mesi di navigazione e condizioni di lavoro difficili. Le loro mogli, i loro genitori e i loro figli restavano a casa ad aspettare. Ogni partenza significava mesi di assenza. Ogni ritorno era una festa. Era una Roseto diversa, nella quale il rumore del mare accompagnava le storie di intere famiglie. Adamo “Damuccio” Brandimarte era uno di quegli uomini. Uno degli ultimi lupi di mare. La sua scomparsa porta via una persona, ma anche una pagina della memoria cittadina. Una pagina fatta di sacrifici, di coraggio e di lontananza. E dentro quella pagina c’è anche il ricordo di Mimmo, il figlio che se ne andò troppo presto e che Adamo, per tutta la vita, non smise di portare nel cuore.

    Oggi Roseto saluta Damuccio. E insieme a lui saluta un pezzo della propria storia di mare.

  • Curreri, la musica che diventa memoria: a Montesilvano un abbraccio lungo cinquant’anni

    Curreri, la musica che diventa memoria: a Montesilvano un abbraccio lungo cinquant’anni

    MONTESILVANO – Quando Gaetano Curreri ha cominciato a cantare, l’Arena dei Fiori era già diventata una distesa di volti. Migliaia di persone, più di settemila secondo una stima degli organizzatori, hanno riempito l’area del concerto, trasformandola in un unico grande coro, pronto a seguire il leader degli Stadio lungo un viaggio fatto di canzoni, ricordi, amicizie e frammenti di una storia musicale che appartiene ormai alla memoria collettiva. È questo, in fondo, il senso più autentico di “Io sono le mie canzoni”, il live tour con cui Curreri sta portando sul palco non soltanto i suoi successi, ma una parte importante della musica italiana. E a Montesilvano, nell’appuntamento del Wave Music Festival del 9 agosto, quella storia ha trovato un pubblico disposto ad ascoltarla con la partecipazione che si riserva ai vecchi amici.

    Curreri canta con quel timbro lieve e inconfondibile che lo accompagna da sempre. Non ha bisogno di forzare la voce né di cercare effetti spettacolari: le parole arrivano direttamente, quasi in punta di piedi, e proprio per questo finiscono dritte al cuore. È la forza silenziosa di un artista che non ha mai avuto bisogno di apparire più grande delle proprie canzoni. Perché sono le canzoni, alla fine, a parlare per lui.

    E di canzoni, all’Arena dei Fiori, ce ne sono state tante. “Acqua e sapone”, “Chiedi chi erano i Beatles”, “Grande figlio di puttana”, “Un giorno mi dirai” sono soltanto alcune delle tappe di un repertorio che ha attraversato generazioni. Ogni brano viene accolto come si accoglie qualcuno che si conosce da tempo: basta una nota, qualche parola, e nella platea si riaccendono ricordi personali, estati, amori, viaggi, anni che sembravano lontanissimi e che invece la musica riesce a riportare improvvisamente vicino.

    Sul palco, accanto a Curreri, gli inseparabili Roberto Drovandi e Andrea Fornili, compagni di viaggio da oltre quarant’anni, insieme a un ensemble di giovani musicisti. Una continuità tra passato e presente che rappresenta bene lo spirito del tour. A completare il quadro, la voce di Teresa Iannello, vocalist e corista da lungo tempo al fianco del leader degli Stadio, e le coreografie del corpo di ballo della scuola B Dance Projects di Roseto degli Abruzzi.

    L’allestimento rimane essenziale, senza sovrastrutture che possano distrarre dall’elemento centrale: la musica. La produzione del tour, affidata alla manager Laura Cordischi, ha scelto infatti una strada elegante, misurata, nella quale tutto sembra essere costruito per lasciare spazio alle canzoni e alla personalità del loro autore. Ma quella di Montesilvano non è stata soltanto una serata di musica.

    Il medico abruzzese nel backstage

    A seguire il concerto dal backstage c’era anche Livio Presutti, medico abruzzese originario di Città Sant’Angelo e figura di primo piano dell’otorinolaringoiatria italiana e internazionale. Professore all’Università di Bologna, Presutti è impegnato nella ricerca e nella chirurgia dell’orecchio e della testa e del collo, con particolare attenzione anche alla chirurgia endoscopica dell’orecchio.

    Un rapporto professionale diventato evidentemente qualcosa di più, tanto che a un certo punto della serata Curreri ha voluto chiamarlo sul palco. Presutti, visibilmente imbarazzato e quasi sorpreso dall’attenzione ricevuta, si è trovato così accanto all’artista che aveva seguito e curato. Un gesto semplice, ma di quelli che raccontano molto più di tante parole. Un ringraziamento pubblico, davanti a migliaia di persone, rivolto a un medico che per Curreri ha avuto un ruolo importante in un momento delicato della sua vita.

    Il ricordo di Paolo Antonilli

    Poi, quasi naturalmente, la musica ha lasciato spazio alla memoria. Il nome è quello di Paolo Antonilli, storico collaboratore del quotidiano Il Centro, legato professionalmente e umanamente alle realtà di Montesilvano e Città Sant’Angelo, scomparso improvvisamente nel febbraio del 2007, a soli 52 anni.

    Il ricordo di Curreri è arrivato con la commozione di chi non considera il passato qualcosa di definitivamente concluso. «Paolo è sempre nel mio cuore», ha raccontato l’artista, battendosi il petto, prima di ripercorrere un episodio risalente agli anni del servizio militare.

    Curreri e Antonilli erano insieme a Bologna, in una caserma di avieri. Il cantante aveva bisogno di una licenza particolarmente lunga per partecipare a un importante progetto musicale, ma non riusciva a ottenerla. Antonilli, che aveva rapporti di conoscenza con il comandante, escogitò allora una soluzione a dir poco rocambolesca: fece passare Curreri per un militare alle prese con un forte esaurimento nervoso, arrivando a prospettare perfino il rischio che potesse utilizzare impropriamente il moschetto automatico in dotazione.

    Il risultato fu una licenza di trenta giorni. Una trovata quasi incredibile, ma decisiva per il giovane Curreri. Perché quei trenta giorni, nella sua memoria, sono rimasti legati a qualcosa che sarebbe diventato storia della musica italiana: “Banana Republic”, il progetto musicale di Lucio Dalla e Francesco De Gregori che nel 1979 avrebbe portato sui palchi italiani due dei più importanti cantautori del nostro Paese e al quale Curreri era destinato a partecipare.

    Nel racconto di Curreri c’era soprattutto la gratitudine per un amico che, con una trovata fuori dagli schemi, aveva contribuito ad aprire una porta importante nella sua vita artistica.

    Un ricordo che ha toccato anche Livio Presutti. Nel backstage, il medico ha raccontato a sua volta di Antonilli come di «un fratello»: insieme sugli autobus per raggiungere Pescara e frequentare il Liceo Scientifico, poi ancora insieme a Bologna, all’Università, con Presutti a Medicina e Antonilli a Geologia. La sua scomparsa, ha ricordato, gli ha lasciato «un vuoto profondo».

    Così, per qualche minuto, il concerto è diventato anche un luogo della memoria abruzzese. Due amici che non ci sono più e uno che continua a cantare: tre storie che si sono ritrovate idealmente, a distanza di decenni, sotto le luci di un palco.

    Nica, la voce di Montesilvano

    E in una serata così fortemente legata alla memoria e al territorio non poteva mancare una voce del luogo. Sul palco è salita anche Veronica “Nica” Contento, giovane cantautrice pescarese, particolarmente apprezzata da Curreri.

    La sua presenza ha avuto un significato speciale perché il concerto si è svolto proprio a Montesilvano, davanti a un pubblico che conosce bene la realtà musicale della giovane artista. Nica rappresenta anche uno degli elementi più interessanti di una serata costruita sul dialogo tra generazioni: da una parte un autore che ha scritto alcune delle pagine più riconoscibili della musica italiana, dall’altra una giovane cantautrice che si affaccia sul mondo della musica con una propria identità. Un passaggio di testimone ideale, non dichiarato ma evidente.

    Ed è forse proprio questo uno dei meriti del progetto “Io sono le mie canzoni”: non trasformare il passato in un museo, ma farlo dialogare con il presente. Curreri, del resto, lo fa continuamente durante il concerto. Ci sono gli Stadio e le loro canzoni, ma ci sono anche gli amici, gli artisti con cui ha condiviso pezzi fondamentali della carriera, gli omaggi a Lucio Dalla e Vasco Rossi, il ricordo di Francesco Guccini e di altri protagonisti della sua storia musicale.

    Non una semplice sequenza di successi, dunque, ma il racconto di una vita attraverso la musica. Ed è proprio questa la chiave del titolo: “Io sono le mie canzoni”. Perché Curreri sembra davvero appartenere alle sue canzoni quanto le sue canzoni appartengono a chi le ha ascoltate per anni.

    Quando l’ultima nota si spegne, resta allora una sensazione difficile da spiegare. Quella di avere assistito non soltanto al concerto di uno dei grandi autori della musica italiana, ma a un incontro tra memoria e presente. Sul palco c’era un artista che non ha mai avuto bisogno di urlare la propria grandezza. Gli è bastato cantare. E davanti a lui, per una sera, c’era una città intera — insieme alle migliaia di persone arrivate per ascoltarlo — pronta a ricordare con lui.

    Perché alcune canzoni finiscono quando termina la musica. Quelle di Gaetano Curreri, invece, continuano a vivere molto dopo.

     

  • Marcinelle, la memoria di Lucio: “Eravamo lavoratori, non eroi”

    Marcinelle, la memoria di Lucio: “Eravamo lavoratori, non eroi”

    ROSETO DEGLI ABRUZZI – “LA MINIERA RIMANE DENTRO DI TE”: IL RACCONTO DI LUCIO, VENT’ANNI SOTTOTERRA

    Ci sono lavori che finiscono quando si timbra il cartellino. E ce ne sono altri che, anche dopo la pensione, continuano a vivere dentro chi li ha fatti. Quello di Lucio Vaccari appartiene alla seconda categoria.

    Nato a Colledara l’8 ottobre 1950 e oggi residente a Roseto, Lucio aveva appena sette-otto mesi quando la sua famiglia emigrò in Belgio. A Zolder il padre lavorava già in miniera. Lui, da ragazzo, scelse un’altra strada e iniziò a lavorare alla Philips. Poi, a 24 anni, dopo il matrimonio e la nascita dei figli, decise di seguire le orme del padre.

    Per vent’anni scese sotto terra, fino a 800-900 metri di profondità. Temperature oltre i 40 gradi, polvere di carbone, gallerie strette e il rischio continuo delle frane. Una volta rimase bloccato sottoterra per quasi quattro giorni, senza cibo e con poca acqua da razionare.

    Nel giorno in cui si ricorda la tragedia di Marcinelle, l’8 agosto 1956, quando al Bois du Cazier morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani, la sua testimonianza diventa il racconto di una generazione di emigranti che ha pagato un prezzo altissimo per costruire un futuro migliore.

    Lucio, perché a 24 anni decise di entrare in miniera?

    «Non fu una scelta fatta perché mi piacesse quel lavoro. Avevo già lavorato alla Philips. Dopo il matrimonio, però, dovevamo organizzarci con i figli. Mia moglie lavorava nel pomeriggio e i turni della miniera mi permettevano di essere più presente in famiglia. Così decisi di entrare anch’io».

    Suo padre era già minatore. Fu anche per questo che seguì le sue orme?

    «Sì. Mio padre lavorava in miniera e io ero cresciuto in Belgio vedendo quella realtà. Per noi italiani era una cosa abbastanza normale. Tanti erano partiti dall’Italia proprio per andare a lavorare nelle miniere».

    Ricorda la prima volta che scese sotto terra?

    «Ricordo soprattutto la “gabbia”. Era l’ascensore con cui scendevamo. Si arrivava anche a 800, 900 metri di profondità. Quando partiva, sapevi che stavi lasciando la superficie e che per diverse ore non avresti più visto la luce».

    Che cosa c’era laggiù?

    «C’erano le gallerie e i piccoli trenini che ci portavano nei vari punti della miniera. Era come una città sotterranea, con le sue strade. Solo che quelle strade portavano al lavoro».

    Com’era lavorare in quelle condizioni?

    «Molto duro. Faceva un caldo tremendo. In certi posti si superavano i 40 gradi. Si lavorava quasi nudi perché non si riusciva a sopportare il caldo. C’erano anche punti talmente stretti che bisognava andare carponi».

    E la polvere?

    «La polvere era dappertutto. Si attaccava al sudore, entrava negli occhi, nella bocca, nel naso. E la respiravi continuamente. Il problema era che non la vedevi soltanto sulla pelle: entrava nei polmoni. Molti minatori si sono ammalati».

    La paura più grande era la frana?

    «La frana. Quella era la cosa che faceva più paura. Sapevi che una galleria poteva cedere. Ho visto compagni scendere con noi e poi non tornare più a casa».

    Quanto era presente il pensiero della morte?

    «Era sempre presente. Non ci pensavi continuamente, perché altrimenti non avresti potuto lavorare. Ma sapevi che il pericolo c’era. Quando scendevi, sapevi anche che poteva succedere qualcosa e che magari non saresti più risalito».

    Lei ha vissuto una situazione che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia.

    «Sì. Una volta siamo rimasti bloccati sottoterra per quasi quattro giorni».

    Come avete fatto a resistere?

    «Avevamo poca acqua e dovevamo razionarla. Non avevamo cibo. Aspettavamo che arrivassero a liberarci. Sotto terra il tempo passa in maniera diversa. Ogni ora che passa cominci a chiederti quanto dovrai ancora aspettare».

    A cosa pensava in quei momenti?

    «Alla famiglia. Pensavo soprattutto a loro. Quando sei lì sotto e non puoi fare nulla, pensi a quelli che sono a casa e ti aspettano».

    Poi siete stati salvati.

    «Sì. Arrivarono i soccorsi e ci liberarono con le ruspe. Quando sono tornato in superficie ho capito ancora di più quanto fosse importante la luce, quanto fosse importante poter respirare l’aria normale e sapere di essere finalmente fuori».

    E il giorno dopo tornò al lavoro?

    «Poi si torna al lavoro. La vita continuava».

    Anche dopo un’esperienza del genere?

    «Sì. Avevo una famiglia. Bisognava lavorare. Non potevi semplicemente dire: “Ho avuto paura e non torno più”. La necessità era quella».

    «MARCIANELLE NON È SOLTANTO UN NUMERO»

    Oggi, quando si parla di Marcinelle, che cosa le viene in mente?

    «Penso a tutti quegli uomini che sono scesi e non sono più tornati. E penso alle loro famiglie».

    L’8 agosto 1956 un incendio scoppiato nella miniera del Bois du Cazier provocò la morte di 262 lavoratori, 136 dei quali italiani. Erano uomini arrivati in Belgio dall’Italia, soprattutto dal Mezzogiorno, alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore.

    Che cosa pensa quando sente parlare di “262 vittime”?

    «Penso che non erano soltanto 262. Erano 262 famiglie, 262 storie. C’erano mogli, figli, genitori che aspettavano a casa. Non bisogna dimenticarlo».

    Perché tanti italiani accettavano un lavoro così duro?

    «Perché in Italia non c’era lavoro. Si partiva per necessità. Si cercava di dare ai propri figli quello che noi non avevamo avuto. La miniera era un lavoro duro, ma era un lavoro».

    «LA PENSIONE NON CANCELLA VENT’ANNI DI MINIERA»

    Dopo vent’anni Lucio lascia la miniera e va in pensione. Ma la fine del lavoro non coincide con la fine dei ricordi.

    Pensava che con la pensione fosse tutto finito?

    «Pensavo di poter finalmente mettere tutto alle spalle. Ma non è così semplice. Dopo vent’anni, la miniera rimane dentro di te».

    Anni dopo Lucio torna in Belgio insieme alla moglie.

    Che effetto le fece rivedere quei luoghi?

    «È stato difficile. Per me non erano semplicemente dei luoghi. Erano il buio, il caldo, la polvere, i compagni, gli incidenti. Erano vent’anni della mia vita».

    Sua moglie si accorse di quanto fosse forte quel ricordo?

    «Sì. Mi vide e capì che stavo male. Mi disse che non sarei più dovuto tornare lì».

    Aveva ragione?

    «Sì. Forse perché quei luoghi mi facevano rivivere tutto quello che avevo passato».

    «ERAVAMO LAVORATORI, NON EROI»

    Oggi Lucio vive a Roseto. La sua esperienza appartiene a un’altra Italia e a un’altra Europa, ma il suo racconto conserva una forza particolare.

    Che cosa vorrebbe che restasse della storia dei minatori italiani?

    «Vorrei che si ricordasse che eravamo uomini che lavoravano per le nostre famiglie. Non eravamo eroi. Eravamo lavoratori. Facevamo un lavoro molto duro perché avevamo bisogno di lavorare».

    Ed è forse questa la parte più importante della sua storia. Dietro il carbone che alimentava le industrie e le case dell’Europa del dopoguerra c’erano uomini in carne e ossa. Uomini che entravano nelle «gabbie», scendevano a centinaia di metri di profondità e affrontavano ogni giorno il caldo, la polvere, il buio e la paura.

    Uomini che, alla fine del turno, quando erano fortunati, tornavano alla luce.

    Lucio è tornato per vent’anni. I 262 uomini di Marcinelle, invece, quella luce non l’hanno più rivista. Ed è anche attraverso storie come la sua che il loro ricordo, a settant’anni dalla tragedia, continua a vivere.

  • Presunto disavanzo Asl Teramo, la UGL Salute Abruzzo chiede trasparenza alla Regione

    Presunto disavanzo Asl Teramo, la UGL Salute Abruzzo chiede trasparenza alla Regione

    La UGL Salute Abruzzo chiede chiarimenti sulla situazione economico-finanziaria della Asl di Teramo dopo le notizie contenute, secondo il sindacato, in un documento aziendale che evidenzierebbe un disavanzo già nel secondo trimestre del 2026.

    In una nota firmata dal segretario regionale Stefano Matteucci, l’organizzazione sindacale invita la Direzione della Asl e l’Assessorato regionale alla Sanità a fornire un quadro dettagliato dei conti dell’azienda, chiedendo di chiarire le cause della perdita e le misure che si intendono adottare per affrontare la situazione.

    Tra i quesiti posti dalla UGL c’è quello relativo alle ragioni del presunto squilibrio economico. Il sindacato osserva inoltre che gli interventi di riorganizzazione della rete territoriale sono finanziati in larga parte con fondi del PNRR e ritiene quindi che non possano spiegare eventuali criticità della gestione corrente.

    La sigla sindacale chiede anche di conoscere quando la situazione sarebbe emersa e perché, qualora fosse già nota, non sarebbe stata resa pubblica in precedenza.

    Secondo Matteucci, «i lavoratori della sanità e i cittadini hanno il diritto di conoscere la reale situazione dei conti dell’azienda e le iniziative che saranno adottate», sottolineando che eventuali interventi non dovranno tradursi in una riduzione dei servizi o in ricadute sul personale.

    La UGL Salute conclude chiedendo alla Direzione della Asl di Teramo e all’Assessorato regionale una ricostruzione documentata dello stato dei conti, delle cause del presunto disavanzo, delle eventuali responsabilità gestionali e delle azioni previste per garantire la continuità dei servizi sanitari.

  • Cardiologia e Utic, il medico-artista Carmine Galiè dona un’opera al reparto

    Cardiologia e Utic, il medico-artista Carmine Galiè dona un’opera al reparto

    Un’opera d’arte per arricchire gli spazi della Cardiologia e Utic dell’ospedale di Giulianova. A donarla è stato il medico e artista Carmine Galiè, già responsabile del Pronto soccorso degli ospedali di Giulianova e Atri, che questa mattina ha consegnato un suo dipinto nel corso di una breve cerimonia.

    All’incontro hanno partecipato il direttore generale della Asl di Teramo, Maurizio Di Giosia, il direttore della Cardiologia e Utic, Donatello Fabiani, il direttore sanitario del presidio ospedaliero, Marino Iommarini, insieme al personale del reparto.

    Per Galiè si tratta di un nuovo gesto di vicinanza nei confronti della sanità teramana: anche in passato aveva infatti donato alcune delle sue opere all’ospedale di Atri.

    Nato a Giulianova e laureato in Medicina e Chirurgia, Galiè ha sempre affiancato all’attività professionale la passione per la pittura. Le sue opere, esposte in mostre personali e collettive anche all’estero, si caratterizzano per una ricerca artistica incentrata sull’interiorità e sulle emozioni, attraverso un uso intenso del colore.

    «È un gesto che acquista un valore particolare perché arriva da un medico che ha dedicato gran parte della sua vita professionale all’ospedale», ha sottolineato il direttore generale della Asl Maurizio Di Giosia, ricordando come la presenza di opere d’arte possa contribuire a rendere più accoglienti i luoghi di cura per pazienti, operatori e familiari.

  • Antonella D’Emilio giura da assessore: ecco le nuove deleghe e come cambia la Giunta

    Antonella D’Emilio giura da assessore: ecco le nuove deleghe e come cambia la Giunta

    Antonella D’Emilio è il nuovo assessore del Comune di Roseto degli Abruzzi. L’ex funzionaria amministrativa dell’ente, in pensione da alcuni mesi dopo quarant’anni di servizio, ha prestato giuramento questa mattina in Sala consiliare, entrando ufficialmente nella Giunta guidata dal sindaco Mario Nugnes.

    D’Emilio subentra a Zaira Sottanelli, che ha rassegnato le dimissioni dall’incarico. La nomina, espressione del gruppo Azione, porta con sé anche una redistribuzione delle deleghe all’interno dell’esecutivo comunale.

    Al nuovo assessore sono stati affidati Patrimonio, Personale e Rapporti con le Associazioni. Contestualmente, il sindaco Mario Nugnes ha deciso di trattenere la delega al Bilancio, finora assegnata a Zaira Sottanelli, mentre quella all’Ambiente passa all’assessore Gianni Mazzocchetti, che lascia invece il Patrimonio.

    Alla cerimonia erano presenti amministratori comunali e rappresentanti di Azione, tra cui il deputato e segretario regionale del partito Giulio Sottanelli e il segretario provinciale Alessio D’Egidio.

    Nel corso dell’incontro è stato rivolto un ringraziamento a Zaira Sottanelli per l’attività svolta durante il mandato, mentre alla nuova assessora sono stati formulati gli auguri di buon lavoro.

    «Abbiamo individuato una figura con una lunga esperienza all’interno della macchina comunale, che potrà dare un contributo importante in questa fase del mandato», ha dichiarato il sindaco Mario Nugnes.

    Antonella D’Emilio ha spiegato di aver accettato l’incarico con l’obiettivo di mettere a disposizione dell’amministrazione l’esperienza maturata negli anni di servizio all’interno del Comune. «Ho pensato di poter fare ancora qualcosa di concreto per la mia città», ha affermato.

    Con il nuovo ingresso, la maggioranza mantiene invariati gli equilibri politici e completa il riassetto della Giunta dopo l’uscita di Zaira Sottanelli.

  • Al primario di Oculistica dell'ospedale di Teramo Antonello Troiano il premio "Amore per l'Abruzzo"

    Al primario di Oculistica dell'ospedale di Teramo Antonello Troiano il premio "Amore per l'Abruzzo"

    Il direttore della UOC di Oculistica dell’ospedale di Teramo, Antonello Troiano, ha ricevuto il XXII Premio “Amore per l’Abruzzo”, assegnato domenica a Tortoreto nell’ambito della manifestazione che ogni anno valorizza personalità distintesi nei settori sociale, culturale, imprenditoriale e professionale.

    Istituito nel 1996, il riconoscimento è stato conferito a Troiano per la competenza clinica, l’attenzione ai pazienti e la capacità di coniugare professionalità e sensibilità umana, qualità che, secondo la motivazione del premio, lo rendono un punto di riferimento sul piano etico e professionale.

    Nel ringraziare per il riconoscimento, il primario ha voluto condividerlo con la Asl di Teramo e con il personale del reparto. «Da soli si corre più veloce, ma insieme si va più lontano», ha affermato, sottolineando il valore del lavoro di squadra e il contributo di medici, infermieri e operatori socio-sanitari.

    Un ringraziamento è stato rivolto anche alla famiglia, «sempre vicina» durante gli anni di attività professionale.

    Nel corso della cerimonia, il premio è stato consegnato dalla consigliera regionale Marilena Rossi, che ha evidenziato le qualità professionali e umane del direttore della UOC di Oculistica.

    Per il direttore generale della Asl di Teramo, Maurizio Di Giosia, il riconoscimento rappresenta «un motivo di orgoglio per tutta l’azienda» e valorizza un professionista capace di coniugare competenza, innovazione e attenzione alla persona, principi che, ha sottolineato, devono continuare a caratterizzare il sistema sanitario pubblico.

  • Roseto, il quadro politico resta aperto: candidature certe e alleanze ancora tutte da costruire

    Roseto, il quadro politico resta aperto: candidature certe e alleanze ancora tutte da costruire

    ROSETO – A meno di 200 giorni dalle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di Roseto, il quadro politico è ancora lontano dall’essere definito. Le alleanze che fino a poche settimane fa sembravano consolidate sono tornate in discussione e le decisioni dei vertici provinciali e regionali dei partiti potrebbero modificare gli assetti locali.

    Ad oggi sembrano esserci quattro candidature destinate a restare in campo: Vanessa Sestina Quaranta, Rosaria Ciancaione, Alessandro Recchiuti e il sindaco uscente Mario Nugnes. Resta però da capire con quali coalizioni e con quali liste arriveranno all’appuntamento elettorale.

    Nel centrodestra, Vanessa Quaranta continua a essere il nome sostenuto dal gruppo SiaMo Roseto e dall’onorevole Tommaso Ginoble. Tuttavia, la sua candidatura non avrebbe ancora ottenuto il consenso unanime della coalizione. Forza Italia, Lega e Udc continuano infatti a manifestare perplessità, mentre anche Fratelli d’Italia sarebbe in attesa delle indicazioni dei livelli provinciali e regionali del partito.

    In questo contesto resta aperta anche l’ipotesi Alessandro Recchiuti, che sta lavorando alla costruzione di proprie liste civiche senza rinunciare all’eventualità di una convergenza del centrodestra, qualora la candidatura Quaranta dovesse tramontare.

    Sul fronte del centrosinistra, Rosaria Ciancaione sarebbe pronta a riproporre una coalizione composta dalle forze della sinistra esterne al Partito Democratico, con l’obiettivo di coinvolgere anche il Movimento 5 Stelle, qualora arrivasse il via libera dai vertici nazionali del partito.

    Il ruolo del sindaco uscente Mario Nugnes resta invece legato all’evoluzione degli equilibri di Azione. Da tempo circolano indiscrezioni su un possibile avvicinamento del partito di Carlo Calenda alla maggioranza regionale guidata dal presidente Marco Marsilio. Un’operazione che potrebbe coinvolgere il consigliere regionale Enio Pavone, il cui eventuale ingresso nella Giunta regionale aprirebbe nuovi scenari anche in vista delle elezioni comunali di Roseto, dove non ha mai nascosto l’interesse a ricandidarsi alla guida della città.

    Un eventuale accordo regionale potrebbe produrre effetti anche sugli equilibri del centrodestra rosetano e, in particolare, all’interno di Fratelli d’Italia, chiamato a mantenere compatto il proprio gruppo consiliare in caso di nuovi assetti politici.

    Anche nel Partito Democratico il confronto è ancora aperto. La segretaria cittadina Emanuela Ferretti rappresenta la candidatura più naturale, ma all’interno del partito si starebbero valutando anche altre soluzioni. Tra i nomi che circolano figurano quelli degli ex sindaci Sabatino Di Girolamo e Franco Di Bonaventura, mentre resta sullo sfondo anche l’ipotesi di un riavvicinamento di Tommaso Ginoble al Pd nel caso in cui non riuscisse a consolidare il progetto politico costruito attorno alla candidatura di Quaranta.

    Se gli equilibri regionali dovessero cambiare, anche Mario Nugnes potrebbe scegliere di ripresentarsi sostenuto da liste civiche, replicando l’esperienza della precedente tornata elettorale, indipendentemente dalle scelte degli attuali alleati.

    A meno di sette mesi dal voto, dunque, gli scenari restano ancora in movimento. Le prossime settimane saranno decisive per capire se i partiti riusciranno a trovare una sintesi oppure se Roseto si presenterà alle urne con un quadro politico fortemente frammentato.

     

    Mario Nugnes
    Rosaria Ciancaione
    Alessandro Recchiuti
    Di Giuseppe con Marsilio
    Enio Pavone
    Vanessa Quaranta
  • Comunali, la Lega: «Il candidato sindaco sia espressione del centrodestra e della coalizione»

    Comunali, la Lega: «Il candidato sindaco sia espressione del centrodestra e della coalizione»

     ROSETO – La lega prende posizione nel dibattito in corso nel centrodestra in vista delle prossime elezioni comunali di Roseto degli Abruzzi. Con una nota congiunta, il coordinamento provinciale e quello cittadino ribadiscono la volontà di costruire un percorso unitario con gli alleati e indicano il metodo con cui dovrà essere scelto il candidato sindaco.

    Secondo il partito, il nome chiamato a guidare la coalizione dovrà essere «espressione del centrodestra e dei partiti che ne fanno parte», frutto di una sintesi politica condivisa e non di iniziative unilaterali. Una presa di posizione che arriva mentre prosegue il confronto tra le forze della coalizione e dopo le indiscrezioni circolate nelle ultime ore sul futuro assetto del centrodestra rosetano.

    La Lega sottolinea inoltre la necessità di definire un progetto amministrativo condiviso, fondato sul dialogo tra le forze politiche e sulla costruzione di un programma comune per la città. «Non ci interessano accelerazioni dettate dalla fretta. La scelta deve essere ponderata e condivisa con le altre forze della coalizione», si legge nella nota, che conferma la volontà di proseguire il confronto nelle prossime settimane per individuare il profilo ritenuto più autorevole.

    L’obiettivo dichiarato dal partito è arrivare all’appuntamento elettorale con un centrodestra unito, una candidatura condivisa e una proposta amministrativa in grado di competere per il governo della città.

  • Amministrative 2027, la Lega apre al tavolo del centrodestra: «Confronto su candidato e programma»

    Amministrative 2027, la Lega apre al tavolo del centrodestra: «Confronto su candidato e programma»

    MARTINSICURO – La Lega di Martinsicuro si dice pronta ad avviare un confronto con le altre forze del centrodestra in vista delle elezioni amministrative del 2027.

    Il partito ha accolto favorevolmente la proposta lanciata da Fratelli d’Italia di aprire un tavolo della coalizione per costruire insieme il percorso che porterà alla scelta del candidato sindaco e alla definizione del programma elettorale.

    Secondo la Lega, il lavoro dovrà svilupparsi su un doppio binario: da un lato l’individuazione di una figura condivisa per la guida della coalizione, dall’altro la stesura di un programma capace di rispondere alle esigenze di Martinsicuro e della frazione di Villa Rosa.

    Nel documento diffuso dal commissario cittadino Riccardo D’Ercole viene inoltre richiamata l’esperienza amministrativa avviata nel 2022 con il sostegno al sindaco Massimo Vagnoni, sottolineando la volontà di dare continuità ai risultati ritenuti positivi, affiancandoli a nuove priorità per il prossimo mandato.

    Tra i temi che la Lega intende portare al confronto con gli alleati figura la sicurezza, indicata come uno dei punti qualificanti della proposta politica.

    In particolare, il partito rilancia l’ipotesi di istituire a Martinsicuro un presidio permanente della Polizia di Stato, ritenuto necessario in considerazione della posizione di confine del Comune e dell’aumento della popolazione durante il periodo estivo.

    Con questa presa di posizione si apre di fatto il percorso di confronto interno al centrodestra in vista delle amministrative del prossimo anno, con l’obiettivo dichiarato di arrivare all’appuntamento elettorale con una candidatura unitaria e un programma condiviso.