Notizie di Categoria: Il Ricordo

  • Emma Bonino, la donna che non si è mai arresa alla maggioranza

    Emma Bonino, la donna che non si è mai arresa alla maggioranza

    Ci sono esistenze che non si misurano con gli incarichi o con i voti, ma con il coraggio delle battaglie affrontate quando nessuno era al loro fianco.

    Emma Bonino è stata esattamente questo: una presenza che non ha soltanto attraversato la politica italiana, ma ne ha plasmato la storia.

    Con la sua scomparsa a 78 anni, l’Italia perde una figura che per oltre mezzo secolo ha vissuto dentro e contro le istituzioni.

    Dalla Commissione europea alla Farnesina, non ha mai smesso di incarnare lo spirito di una militanza radicale, aperta e intransigente.

    Fianco a fianco con Marco Pannella, ha formato la sua idea di politica: non la ricerca del potere, ma uno strumento per cambiare la vita delle persone.

    La sua traiettoria è stata una costante difesa delle minoranze: politiche, sociali, culturali e profondamente umane.

    Aborto, diritti delle donne, libertà di scelta, lotta alla pena di morte, Europa: sfide iniziate da sole e diventate poi patrimonio comune del Paese.

    In questo risiedeva l’essenza del suo radicalismo: la certezza che una minoranza potesse avere ragione anche quando la piazza guardava altrove.

    Impossibile da ingabbiare in etichette tradizionali – liberale, progressista, femminista, europeista –, rispondeva a un solo principio: la libertà individuale di fronte al potere.

    Il suo stile era fatto di un’ostinazione antica, la capacità rara di insistere su cause dimenticate e continuare a battersi anche dopo le sconfitte.

    Ha attraversato la fine della Prima Repubblica, il sorgere e il tramonto di intere forze politiche, restando sempre inconfondibilmente sé stessa.

    Neppure la malattia e la complessa battaglia contro il tumore l’hanno allontanata dallo spazio pubblico: la sua voce è rimasta lucida, forte e provocatoria.

    Oggi che quella voce tace, il rischio più grande sarebbe quello di trasformare Emma Bonino in un monumentale ritratto rassicurante.

    I monumenti sono immobili; la Bonino è stata invece movimento puro, discussione accesa, passione civile e persino sana contraddizione.

    Il suo lascito più profondo non abita solo nelle riforme conquistate, ma nelle lotte avviate quando il Paese non era ancora pronto a capirle.

    Ci lascia un interrogativo bruciante: quanto siamo davvero disposti a rischiare per difendere gli ideali in cui crediamo?

    Addio a Emma Bonino: l’Italia perde una delle sue voci più scomode e, proprio per questo, più necessarie di sempre.

  • È morto Adamo “Damuccio” Brandimarte, addio a uno degli ultimi lupi di mare di Roseto

    È morto Adamo “Damuccio” Brandimarte, addio a uno degli ultimi lupi di mare di Roseto

    È morto Adamo Brandimarte, per tutti a Roseto “Damuccio”. Se ne va uno degli ultimi uomini di quella grande marineria rosetana che per decenni ha portato il nome della città sui mari di tutto il mondo. Adamo aveva trascorso gran parte della sua vita sulle navi. Una vita dura, fatta di partenze, mesi lontano da casa e ritorni attesi con trepidazione. Era figlio di una Roseto nella quale il mare rappresentava una strada, un lavoro, spesso l’unica possibilità per tanti giovani di costruirsi un futuro. Oggi quella generazione è quasi completamente in pensione e la sua storia rischia di perdersi. Ma uomini come Adamo ne sono stati protagonisti e testimoni fino all’ultimo.

    La famiglia Brandimarte, una delle famiglie storiche della città, ha dato infatti molti dei suoi figli al mare. Come accadeva a tantissime famiglie rosetane, i ragazzi partivano giovanissimi, in alcuni casi ancora minorenni, per imbarcarsi sulle navi oceaniche. Li aspettavano mesi e mesi di navigazione, con periodi di imbarco che non erano inferiori ai sei mesi consecutivi. Sei mesi lontano dalla propria casa, dalla moglie, dai figli, dai genitori. Un tempo che oggi appare quasi inconcepibile. Il mare, allora, non era quello delle vacanze e delle fotografie: era fatica, solitudine, responsabilità e spesso paura. Si partiva sapendo che per lungo tempo la propria famiglia sarebbe rimasta dall’altra parte dell’orizzonte. Era questa la vita dei marinai rosetani. Una vita che Adamo conosceva bene e che aveva scelto di affrontare con la forza e la dignità di quegli uomini abituati a non lamentarsi.

    Nel 2005 arrivò per lui un riconoscimento che rappresentava il coronamento di quella lunga esperienza. Adamo Brandimarte ricevette, dal Ministero dei Trasporti, con decreto del Presidente della Repubblica, la medaglia d’onore per la lunga navigazione. La medaglia d’oro viene assegnata a chi ha effettuato almeno vent’anni di navigazione su navi maggiori mercantili, da traffico o da pesca, munite di ruolo di equipaggio. Un’onorificenza riservata a chi ha dedicato una parte importante della propria vita al mare e subordinata anche alla condizione di non aver mancato all’onore. Per Adamo, però, quel giorno alla Capitaneria di porto di Pescara fu soprattutto un momento di grande emozione per un motivo molto personale. Nello stesso ufficio nel quale stava ricevendo il riconoscimento aveva prestato servizio militare suo figlio Mimmo. Un ricordo che tornò inevitabilmente a galla.

    Mimmo era morto nel 1985, a soli 24 anni, poco dopo aver terminato il servizio militare. Una morte prematura che aveva lasciato una ferita impossibile da rimarginare nella famiglia Brandimarte. Adamo aveva dovuto continuare a vivere, a lavorare, a navigare. Aveva continuato a solcare i mari del mondo portandosi dentro quel dolore. E forse proprio per questo la medaglia ricevuta nel 2005 aveva per lui un significato che andava ben oltre il riconoscimento professionale. Era il premio a una vita di lavoro, ma anche un momento nel quale il pensiero correva inevitabilmente a quel figlio perduto troppo presto. Oggi, al suo capezzale, c’era l’altro figlio Simone, insieme alla compagna Ombretta. È lì che si conclude il lungo viaggio di Adamo, dopo una vita trascorsa tra il mare e la terraferma, tra le partenze e il desiderio di tornare a casa.

    Con lui scompare uno degli ultimi rappresentanti di una stagione che ha segnato profondamente la storia di Roseto. Perché raccontare Adamo Brandimarte significa raccontare anche i tanti giovani rosetani che, nel secolo scorso, lasciavano la città ancora ragazzi per salire a bordo di una nave. Ragazzi che diventavano uomini lontano dalle proprie famiglie, affrontando mesi di navigazione e condizioni di lavoro difficili. Le loro mogli, i loro genitori e i loro figli restavano a casa ad aspettare. Ogni partenza significava mesi di assenza. Ogni ritorno era una festa. Era una Roseto diversa, nella quale il rumore del mare accompagnava le storie di intere famiglie. Adamo “Damuccio” Brandimarte era uno di quegli uomini. Uno degli ultimi lupi di mare. La sua scomparsa porta via una persona, ma anche una pagina della memoria cittadina. Una pagina fatta di sacrifici, di coraggio e di lontananza. E dentro quella pagina c’è anche il ricordo di Mimmo, il figlio che se ne andò troppo presto e che Adamo, per tutta la vita, non smise di portare nel cuore.

    Oggi Roseto saluta Damuccio. E insieme a lui saluta un pezzo della propria storia di mare.

  • La Terza A dell’Illuminati: quarant’anni dopo, il tempo non passa

    La Terza A dell’Illuminati: quarant’anni dopo, il tempo non passa

    Il 1986 fu un anno che sembrava scritto per entrare nei libri di storia: Chernobyl, il Challenger, il Mondiale di Maradona, Reagan e Gorbaciov a Reykjavík, la cometa di Halley di nuovo nei nostri cieli.
    Un anno di paure, grandi sfide, speranze e avvenimenti destinati a lasciare il segno. E proprio nel 1986, mentre il mondo cambiava così rapidamente, una piccola comunità di giovani del Liceo Classico “Illuminati” di Atri si preparava a conquistare la maturità. Era la Terza A: ragazzi e ragazze affacciati alla vita adulta, con negli occhi il futuro e nelle mani i libri dell’ultimo anno.
    Poi vennero l’esame, il diploma, le strade che si divisero e le vite che presero direzioni diverse. Quarant’anni dopo, però, quelle strade sono tornate a incontrarsi. La Terza A si è ritrovata per celebrare non soltanto una ricorrenza, ma una parte preziosa della propria storia. Perché quarant’anni non cancellano il tempo: lo trasformano in memoria, racconti, fotografie e sorrisi.
    E così, tra un ricordo e una risata, sono tornati a vivere i giorni del liceo. Sono riemersi i professori, primo fra tutti Luigi Ianni scomparso poco tempo fa, le interrogazioni, le ansie prima dei compiti, le amicizie nate tra i banchi. Sono tornate quelle voci giovani che forse, dentro ciascuno, non hanno mai smesso davvero di parlare. Il mondo del 1986 guardava alle stelle con la cometa di Halley e cercava nuove frontiere nello spazio.
    La Terza A (allora l’ultimo anno del classico si chiamava così), invece, guardava al proprio futuro, senza poter immaginare quanta strada avrebbe percorso. Chernobyl ricordava la fragilità dell’uomo, il Challenger il prezzo del coraggio, mentre Maradona regalava al mondo la magia irripetibile del calcio. E oggi, a quarant’anni dal diploma, quelle grandi cronache sembrano quasi fare da cornice a una storia molto più personale.
    La storia di una classe che ha condiviso anni irripetibili e che il tempo, invece di disperdere, ha reso ancora più preziosi.
    Ritrovarsi significa allora riscoprire non soltanto gli altri, ma anche una parte di se stessi. Quella Terza A non è più soltanto una classe del 1986: è un legame che ha attraversato quattro decenni.
    E se il 1986 è rimasto nella memoria del mondo, per loro rimarrà soprattutto l’anno in cui un gruppo di giovani dell’Illuminati diventò, con il diploma, protagonista della propria storia.
    Quarant’anni dopo, la Terza A può guardarsi indietro con un sorriso: il tempo è passato, ma la classe, in fondo, è ancora lì.

  • Si è spenta Milena Giotti, madre del nostro amico Federico Centola

    Si è spenta Milena Giotti, madre del nostro amico Federico Centola

    Questa mattina è venuta a mancare Milena Giotti, vedova Centola e madre del nostro socio e collaboratore Federico Centola. La redazione di te24 e l’associazione Pagus24 porgono le proprie condoglianze a Federico, Angela, Carla e alla nuora Gabriella, i generi Licinio e Franco; ai nipoti, pronipoti, le cognate e a tutti i parenti.

    La camera ardente è stata allestita nella Casa Funeraria Ruggeri, in Via Bolivia di Voltarrosto e per le visite osserverà il seguente orario: 08.30/19.30. Il funerale avrà luogo giovedì 20 agosto 2026 alle ore 16 nella chiesa del Sacro Cuore.   

     

  • Muore a 72 anni Gabriele Tallero, per decenni custode della tradizione bandistica

    Muore a 72 anni Gabriele Tallero, per decenni custode della tradizione bandistica

    È scomparso sabato scorso Gabriele Tallero, insegnante di musica in pensione, direttore di banda e apprezzato trombettista. La sua morte ha suscitato profonda commozione a Casoli di Atri, dove viveva, e in numerosi centri della provincia di Teramo. Tallero è stato per decenni una figura importante nella salvaguardia e nella promozione della tradizione bandistica del territorio. Era il maestro del complesso bandistico Casoli di Atri, formazione alla quale aveva dedicato passione, competenza e impegno. La sua scomparsa è avvenuta mentre si accingeva a dirigere un intermezzo musicale a Silvi Marina. Un momento che avrebbe dovuto essere dedicato alla musica si è trasformato invece in una tragedia improvvisa. A raccontare quei drammatici momenti sono alcuni suoi colleghi, ancora profondamente colpiti dall’accaduto. «Lo abbiamo visto sofferente appena è arrivato. Diceva che gli mancava l’aria», raccontano. Immediatamente è stato richiesto l’intervento del 118, mentre Tallero, nonostante il malore, è salito sull’ambulanza con le proprie gambe. Sembrava dunque possibile che la situazione potesse essere affrontata, ma le sue condizioni sono successivamente peggiorate.
    Una volta arrivato all’ospedale di Atri, il musicista ha avuto una nuova crisi. Poco dopo, purtroppo, è arrivata la notizia della sua morte, lasciando sgomenti colleghi, amici e conoscenti.
    Tallero era conosciuto e stimato ben oltre i confini di Casoli di Atri per la sua lunga attività nel mondo della musica.
    Come direttore e trombettista aveva contribuito a mantenere viva una tradizione antica, trasmettendo alle nuove generazioni la passione per la banda. Il suo percorso professionale e artistico si era sviluppato attraverso anni di insegnamento e di attività musicale. Per tanti allievi e musicisti è stato un punto di riferimento, non soltanto per le sue capacità tecniche, ma anche per la dedizione.
    La sua scomparsa lascia quindi un vuoto nel complesso bandistico Casoli di Atri e nell’intero ambiente musicale locale. Sono numerosi i ricordi e i messaggi di cordoglio che in queste ore stanno accompagnando la notizia della sua morte. Gabriele Tallero lascia l’immagine di un uomo che ha fatto della musica una parte fondamentale della propria vita. La comunità lo ricorderà per il suo impegno, la sua passione e per aver contribuito a tenere viva la tradizione bandistica del territorio.

     

    Alla Famiglia del professore vanno le condoglianze della redazione di te24