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  • Marcinelle, la memoria di Lucio: “Eravamo lavoratori, non eroi”

    Marcinelle, la memoria di Lucio: “Eravamo lavoratori, non eroi”

    ROSETO DEGLI ABRUZZI – “LA MINIERA RIMANE DENTRO DI TE”: IL RACCONTO DI LUCIO, VENT’ANNI SOTTOTERRA

    Ci sono lavori che finiscono quando si timbra il cartellino. E ce ne sono altri che, anche dopo la pensione, continuano a vivere dentro chi li ha fatti. Quello di Lucio Vaccari appartiene alla seconda categoria.

    Nato a Colledara l’8 ottobre 1950 e oggi residente a Roseto, Lucio aveva appena sette-otto mesi quando la sua famiglia emigrò in Belgio. A Zolder il padre lavorava già in miniera. Lui, da ragazzo, scelse un’altra strada e iniziò a lavorare alla Philips. Poi, a 24 anni, dopo il matrimonio e la nascita dei figli, decise di seguire le orme del padre.

    Per vent’anni scese sotto terra, fino a 800-900 metri di profondità. Temperature oltre i 40 gradi, polvere di carbone, gallerie strette e il rischio continuo delle frane. Una volta rimase bloccato sottoterra per quasi quattro giorni, senza cibo e con poca acqua da razionare.

    Nel giorno in cui si ricorda la tragedia di Marcinelle, l’8 agosto 1956, quando al Bois du Cazier morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani, la sua testimonianza diventa il racconto di una generazione di emigranti che ha pagato un prezzo altissimo per costruire un futuro migliore.

    Lucio, perché a 24 anni decise di entrare in miniera?

    «Non fu una scelta fatta perché mi piacesse quel lavoro. Avevo già lavorato alla Philips. Dopo il matrimonio, però, dovevamo organizzarci con i figli. Mia moglie lavorava nel pomeriggio e i turni della miniera mi permettevano di essere più presente in famiglia. Così decisi di entrare anch’io».

    Suo padre era già minatore. Fu anche per questo che seguì le sue orme?

    «Sì. Mio padre lavorava in miniera e io ero cresciuto in Belgio vedendo quella realtà. Per noi italiani era una cosa abbastanza normale. Tanti erano partiti dall’Italia proprio per andare a lavorare nelle miniere».

    Ricorda la prima volta che scese sotto terra?

    «Ricordo soprattutto la “gabbia”. Era l’ascensore con cui scendevamo. Si arrivava anche a 800, 900 metri di profondità. Quando partiva, sapevi che stavi lasciando la superficie e che per diverse ore non avresti più visto la luce».

    Che cosa c’era laggiù?

    «C’erano le gallerie e i piccoli trenini che ci portavano nei vari punti della miniera. Era come una città sotterranea, con le sue strade. Solo che quelle strade portavano al lavoro».

    Com’era lavorare in quelle condizioni?

    «Molto duro. Faceva un caldo tremendo. In certi posti si superavano i 40 gradi. Si lavorava quasi nudi perché non si riusciva a sopportare il caldo. C’erano anche punti talmente stretti che bisognava andare carponi».

    E la polvere?

    «La polvere era dappertutto. Si attaccava al sudore, entrava negli occhi, nella bocca, nel naso. E la respiravi continuamente. Il problema era che non la vedevi soltanto sulla pelle: entrava nei polmoni. Molti minatori si sono ammalati».

    La paura più grande era la frana?

    «La frana. Quella era la cosa che faceva più paura. Sapevi che una galleria poteva cedere. Ho visto compagni scendere con noi e poi non tornare più a casa».

    Quanto era presente il pensiero della morte?

    «Era sempre presente. Non ci pensavi continuamente, perché altrimenti non avresti potuto lavorare. Ma sapevi che il pericolo c’era. Quando scendevi, sapevi anche che poteva succedere qualcosa e che magari non saresti più risalito».

    Lei ha vissuto una situazione che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia.

    «Sì. Una volta siamo rimasti bloccati sottoterra per quasi quattro giorni».

    Come avete fatto a resistere?

    «Avevamo poca acqua e dovevamo razionarla. Non avevamo cibo. Aspettavamo che arrivassero a liberarci. Sotto terra il tempo passa in maniera diversa. Ogni ora che passa cominci a chiederti quanto dovrai ancora aspettare».

    A cosa pensava in quei momenti?

    «Alla famiglia. Pensavo soprattutto a loro. Quando sei lì sotto e non puoi fare nulla, pensi a quelli che sono a casa e ti aspettano».

    Poi siete stati salvati.

    «Sì. Arrivarono i soccorsi e ci liberarono con le ruspe. Quando sono tornato in superficie ho capito ancora di più quanto fosse importante la luce, quanto fosse importante poter respirare l’aria normale e sapere di essere finalmente fuori».

    E il giorno dopo tornò al lavoro?

    «Poi si torna al lavoro. La vita continuava».

    Anche dopo un’esperienza del genere?

    «Sì. Avevo una famiglia. Bisognava lavorare. Non potevi semplicemente dire: “Ho avuto paura e non torno più”. La necessità era quella».

    «MARCIANELLE NON È SOLTANTO UN NUMERO»

    Oggi, quando si parla di Marcinelle, che cosa le viene in mente?

    «Penso a tutti quegli uomini che sono scesi e non sono più tornati. E penso alle loro famiglie».

    L’8 agosto 1956 un incendio scoppiato nella miniera del Bois du Cazier provocò la morte di 262 lavoratori, 136 dei quali italiani. Erano uomini arrivati in Belgio dall’Italia, soprattutto dal Mezzogiorno, alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore.

    Che cosa pensa quando sente parlare di “262 vittime”?

    «Penso che non erano soltanto 262. Erano 262 famiglie, 262 storie. C’erano mogli, figli, genitori che aspettavano a casa. Non bisogna dimenticarlo».

    Perché tanti italiani accettavano un lavoro così duro?

    «Perché in Italia non c’era lavoro. Si partiva per necessità. Si cercava di dare ai propri figli quello che noi non avevamo avuto. La miniera era un lavoro duro, ma era un lavoro».

    «LA PENSIONE NON CANCELLA VENT’ANNI DI MINIERA»

    Dopo vent’anni Lucio lascia la miniera e va in pensione. Ma la fine del lavoro non coincide con la fine dei ricordi.

    Pensava che con la pensione fosse tutto finito?

    «Pensavo di poter finalmente mettere tutto alle spalle. Ma non è così semplice. Dopo vent’anni, la miniera rimane dentro di te».

    Anni dopo Lucio torna in Belgio insieme alla moglie.

    Che effetto le fece rivedere quei luoghi?

    «È stato difficile. Per me non erano semplicemente dei luoghi. Erano il buio, il caldo, la polvere, i compagni, gli incidenti. Erano vent’anni della mia vita».

    Sua moglie si accorse di quanto fosse forte quel ricordo?

    «Sì. Mi vide e capì che stavo male. Mi disse che non sarei più dovuto tornare lì».

    Aveva ragione?

    «Sì. Forse perché quei luoghi mi facevano rivivere tutto quello che avevo passato».

    «ERAVAMO LAVORATORI, NON EROI»

    Oggi Lucio vive a Roseto. La sua esperienza appartiene a un’altra Italia e a un’altra Europa, ma il suo racconto conserva una forza particolare.

    Che cosa vorrebbe che restasse della storia dei minatori italiani?

    «Vorrei che si ricordasse che eravamo uomini che lavoravano per le nostre famiglie. Non eravamo eroi. Eravamo lavoratori. Facevamo un lavoro molto duro perché avevamo bisogno di lavorare».

    Ed è forse questa la parte più importante della sua storia. Dietro il carbone che alimentava le industrie e le case dell’Europa del dopoguerra c’erano uomini in carne e ossa. Uomini che entravano nelle «gabbie», scendevano a centinaia di metri di profondità e affrontavano ogni giorno il caldo, la polvere, il buio e la paura.

    Uomini che, alla fine del turno, quando erano fortunati, tornavano alla luce.

    Lucio è tornato per vent’anni. I 262 uomini di Marcinelle, invece, quella luce non l’hanno più rivista. Ed è anche attraverso storie come la sua che il loro ricordo, a settant’anni dalla tragedia, continua a vivere.

  • Vive in Spagna da dieci anni ma continua a seguire la politica della sua città: “Roseto, oggi scelgo la città prima del partito”

    Vive in Spagna da dieci anni ma continua a seguire la politica della sua città: “Roseto, oggi scelgo la città prima del partito”

    Maria Cerasi, giovane rosetana residente in Spagna: “Negli ultimi dieci anni è cambiato il modo di fare politica. Prima contavano gli schieramenti, oggi contano soprattutto le persone e i progetti”

    ROSETO DEGLI ABRUZZI – Da dieci anni vive a Guadalajara, in Spagna, ma il legame con la sua Roseto non si è mai affievolito. Maria Cerasi, ogni estate, torna nella sua città per riabbracciare familiari e amici, ritrovare il mare di casa e osservare da vicino come cambia il territorio. Un ritorno che coincide anche con una riflessione sulla politica locale, seguita con attenzione nonostante la distanza. A pochi mesi dall’avvio della corsa verso le elezioni comunali del 2027, racconta come vede l’evoluzione della politica rosetana e quali saranno i criteri che guideranno la sua scelta nella cabina elettorale.

    Ogni estate torni a Roseto. Qual è la prima domanda che ti senti rivolgere?

    «Quasi sempre la stessa: “Hai già deciso chi voterai?”. È una domanda semplice, ma oggi molto più difficile di qualche anno fa».

    Perché?

    «Perché quando sono partita, nel 2016, il panorama politico era più chiaro. C’erano schieramenti ben riconoscibili e scegliere era più immediato. Oggi la situazione è molto più articolata».

    Quando è iniziato questo cambiamento?

    «Secondo me già nel 2016 si vedevano i primi segnali. Sabatino Di Girolamo ottenne molte più preferenze rispetto alle liste che lo sostenevano e la coalizione civica di Rosaria Ciancaione raggiunse un risultato importante. Era evidente che gli elettori iniziavano a guardare sempre più alle persone».

    La svolta definitiva?

    «Le elezioni del 2021. Cinque candidati sindaco, un quadro molto frammentato e un risultato che ha cambiato gli equilibri. Il quarto posto di Di Girolamo è stato emblematico. Da lì ho avuto la sensazione che la politica rosetana fosse entrata in una fase completamente nuova».

    Cosa ha rappresentato la vittoria di Mario Nugnes?

    «La conferma che oggi il consenso si costruisce attraverso squadre civiche, competenze e reti di relazioni. Nugnes ha saputo mettere insieme professionalità ed esperienze diverse, parlando a un elettorato molto ampio».

    Guardando al 2027, che scenario vedi?

    «Mi sembra ancora tutto aperto. La ricandidatura di Mario Nugnes appare probabile. Il centrosinistra dovrà capire se riuscirà a ritrovare unità, mentre nel centrodestra la situazione sembra ancora in evoluzione».

    Ti riferisci alle ultime indiscrezioni?

    «Sì. Il passo indietro annunciato da Francesco Di Giuseppe sembrava andare nella direzione di una coalizione più ampia, ma le voci che parlano di una possibile contrapposizione tra Alessandro Recchiuti e Vanessa Quaranta dimostrano che il percorso verso una sintesi non è ancora concluso».

    Da elettrice, cosa conta oggi?

    «Molto meno il simbolo di partito e molto di più la credibilità delle persone. Voglio capire quale idea di città propongono e se hanno dimostrato di saper amministrare».

    Come pensi di arrivare alla tua scelta?

    «Con una passeggiata per Roseto. Prima di decidere vorrei guardare la città. Verificare lo stato dei marciapiedi nelle zone interne, capire se sono stati eliminati gli ostacoli per le persone con disabilità lungo la Statale Adriatica, vedere in quali condizioni si trova la passerella del lungomare nord, se la ciclopedonale verso Cologna sarà finalmente completata, come procedono i lavori del pontile, lo stato dei parchi pubblici, delle frazioni e il livello della sicurezza».

    Quindi il voto passerà dall’osservazione del territorio?

    «Sì. Le opere, i servizi e la qualità della vita raccontano molto più di qualsiasi slogan. Credo che il modo migliore per scegliere sia guardare cosa è stato fatto, cosa manca ancora e quale visione hanno i candidati per il futuro».

    Dopo dieci anni lontana da Roseto, cosa trovi quando torni?

    «Trovo sempre il mare che conosco da quando ero bambina e gli affetti di sempre. Ma trovo anche una politica diversa: più civica, più frammentata e sicuramente più difficile da interpretare. Per questo oggi scegliere chi votare richiede molta più attenzione rispetto al passato».

     

    Maria Cerasi ed il marito Fernando Gudiel