Notizie di Categoria: Opinioni

  • L’illusionismo dei dati e la retorica del commercio: la narrazione zoppa su Atri

    L’illusionismo dei dati e la retorica del commercio: la narrazione zoppa su Atri

    Il recente post del sindaco di Atri offre una masterclass di retorica difensiva, arrampicandosi sugli specchi di una narrazione parziale che scambia la critica giornalistica per astio ideologico. Attaccare la stampa accusandola di “partigianeria” solo perché solleva il velo sulla crisi del commercio locale è il più vecchio dei trucchi politici: distrarre dal problema reale personalizzando lo scontro.

    L’ipocrisia principale emerge quando il testo tenta di confutare i dati macroeconomici globali con un elenco marginale di attività basato su una memoria estemporanea. Trionfare per l’apertura di un kebab, di un centro bollette o di un barbiere, spacciandoli come indicatori di un boom economico, significa ignorare la differenza profonda tra il “commercio di prossimità tradizionale” (quello che storicamente tiene vivi i centri storici) e i servizi di mera sussistenza o i settori ad altissimo tasso di rotazione, che spesso aprono e chiudono nel giro di poco tempo.

    Dire che nell’ultimo anno si ricorda “una sola chiusura” (per giunta per limiti di età) è un’operazione di totale cecità amministrativa, o peggio, di malafede comunicativa. Qualsiasi cittadino che passeggi nei centri storici delle nostre cittadine d’arte – e Atri non fa purtroppo eccezione – nota serrande abbassate da anni, cartelli “affittasi” sbiaditi e una desertificazione commerciale che non si cancella con l’apertura di una creperia o di una profumeria “in fase di valutazione”. La crisi del commercio al dettaglio è un fenomeno nazionale complesso, guidato dall’e-commerce e dalla grande distribuzione. Negarla a livello locale, gridando al complotto giornalistico, impedisce di trovare soluzioni concrete come sgravi fiscali o incentivi ai giovani imprenditori. I cittadini non hanno bisogno di elenchi mnemonici sbandierati sui social, ma di una pianificazione strategica a lungo termine.

    La vera ipocrisia sta nel pretendere dai giornalisti una “equidistanza” che si traduce, secondo l’amministrazione, solo nel silenzio o nel plauso acritico. Liquidare la desertificazione commerciale come una “fantasia partigiana” è un insulto all’intelligenza degli elettori e degli stessi commercianti che ogni giorno lottano per tenere sollevata la propria serranda in un contesto macroeconomico drammatico. I post corti, a quanto pare, non sono delle menzogne, ma delle verità scomode che la politica locale cerca disperatamente di accorciare per non guardare in faccia la realtà, rifugiandosi nella propaganda.

  • Oltre l’estate: perché Atri non può chiudere il sipario a settembre

    Oltre l’estate: perché Atri non può chiudere il sipario a settembre

    La bimillenaria città ducale ha un patrimonio pazzesco che merita di essere vissuto tutto l’anno. Limitare gli eventi ai mesi del mare? Un’occasione sprecata sia per le tasche che per l’orgoglio locale.

    Quando l’ultima spiaggia dell’Adriatico si svuota e gli asciugamani tornano negli armadi, anche i riflettori su Atri rischiano di spegnersi. Per troppo tempo abbiamo considerato i borghi storici come il “piano B” dell’estate: quel posto fresco dove andare a mangiare un gelato la sera dopo una giornata di mare a Pineto o Silvi. Ma per una città come Atri, questo modo di pensare è un autogol clamoroso, sia strategico che economico.

    Diciamoci la verità: Atri non è una spiaggia e non può legare il suo destino al meteo o a quanti gradi ci sono fuori. Con la sua maestosa Cattedrale, gli affreschi di Andrea De Litio che sembrano un feed Instagram d’altri tempi, le cisterne sotterranee, i musei e quel gioiellino del Teatro Comunale, Atri ha una storia millenaria che non scade mica a fine agosto. Accorciare gli orari dei musei e spegnere la musica appena inizia settembre significa trattare questo tesoro come un format stagionale. E non lo è.

    Il primo errore è puramente matematico. Il turismo oggi viaggia forte proprio quando finisce il caldo afoso. Chi ama l’arte, la storia e i viaggi fatti bene preferisce muoversi in autunno o in primavera o, perché no, in inverno, proprio per evitare il sovraffollamento estivo. Se chiudiamo le porte o riduciamo i servizi a settembre, questi viaggiatori andranno semplicemente da un’altra parte. Risultato? Ristoranti, bar, B&B, hotel e negozi del posto perdono clienti proprio nei mesi in cui un po’ di movimento farebbe comodissimo.

    Poi c’è una questione di orgoglio e di vita quotidiana. I musei, i teatri e le mostre non sono “giostre” per i turisti: sono spazi che appartengono prima di tutto a chi ci vive. Un centro culturale aperto tutto l’anno – con laboratori per le scuole, mostre pop-up ed eventi – tiene viva la città. Al contrario, mandare la cultura in letargo a settembre dà un senso di noia e rassegnazione, togliendo ossigeno ed energia soprattutto ai giovani del territorio.

    Per cambiare marcia serve un’idea a lungo termine, superando l’ossessione del “concertone estivo” e basta. Atri ha tutte le carte in regola per essere un punto di riferimento 365 giorni all’anno, unendo l’arte ai percorsi naturalistici dei Calanchi e, perché no, a un buon bicchiere di vino e alla cucina locale.

    La cultura non ha una data di scadenza e il patrimonio di Atri non è un ombrellone da chiudere a fine stagione. Tenere accesi i musei e i teatri tutto l’anno non è un costo da tagliare, ma la scommessa più intelligente che possiamo fare per il futuro della nostra città.

  • Fusione tra Atri, Pineto e Silvi: opportunità, timori e il nodo dei conti pubblici

    Fusione tra Atri, Pineto e Silvi: opportunità, timori e il nodo dei conti pubblici

    Torna d’attualità un tema che sembrava ormai sopito: la possibile fusione tra i Comuni di Atri e Pineto. A riaccendere il dibattito è una prospettiva ancora più ampia: cosa accadrebbe se al progetto partecipasse anche la vicina Silvi? È la domanda che in molti iniziano a porsi. Con l’ingresso di Silvi si andrebbe infatti a costituire un unico comprensorio di quasi 40.000 abitanti. Un’entità di questo peso rafforzerebbe notevolmente il comparto turistico balneare di Pineto e Silvi, offrendo al contempo ad Atri un bacino più ampio per la valorizzazione del proprio patrimonio storico e culturale. A beneficiarne sarebbe anche l’intero tessuto socio-economico, grazie a nuove e concrete sinergie nei settori dello sport, del lavoro e della promozione del territorio.

    “Scegliere la strada della fusione non significa affatto cancellare le singole identità”, sottolineano i sostenitori dell’iniziativa. “Spesso emerge la paura di perdere la propria storia, ma le radici di una comunità non si cancellano. Al contrario, uniti si finisce per contare di più”. Un ulteriore elemento a favore riguarda l’efficienza amministrativa: oggi molti enti locali faticano a garantire l’apertura degli uffici e la gestione dei servizi a causa della carenza di personale, mentre una fusione porterebbe in dote contributi straordinari e maggiori risorse economiche.

    Non mancano però forti perplessità, a partire dal nodo economico-fiscale. Il timore principale tra i cittadini riguarda il rischio di doversi accollare i debiti altrui: se Pineto vanta conti in ordine, Atri presenta una situazione finanziaria più complessa, e la domanda spontanea resta una sola: chi pagherà? Su questo fronte, la legge Delrio offre comunque una tutela, prevedendo la possibilità di mantenere tariffe e tributi differenziati per i residenti dei rispettivi ex Comuni per un periodo transitorio di cinque anni. Al di là delle incognite finanziarie, il vantaggio strategico resta evidente: una nuova realtà da 40.000 abitanti garantirebbe una forza contrattuale decisamente superiore e un peso politico ben maggiore nei confronti della Regione e del Governo centrale.

  • Atri, il “dissesto mascherato”: tasse al massimo, servizi ridotti e il conto che cresce

    Atri, il “dissesto mascherato”: tasse al massimo, servizi ridotti e il conto che cresce

    Ad Atri la matematica finanziaria sembra aver preso una strada tutta sua. Una di quelle strade dove il percorso è lungo 15 anni, il pedaggio è salato e, soprattutto, non è ancora chiaro se alla fine del viaggio ci sarà una destinazione o soltanto un altro casello.

    Il Comune è alle prese con un piano di rientro da circa 12 milioni di euro spalmato su un arco temporale di quindici anni. Una cifra che, tradotta nella vita quotidiana dei cittadini, significa una lunga stagione di sacrifici e bilanci da tenere sotto osservazione. Ma il problema è che quella somma potrebbe non essere l’unica da mettere in conto.

    Sul tavolo, infatti, pesa anche la questione della gestione “post mortem” della discarica di Santa Lucia. Nei giorni scorsi il Tar ha respinto il ricorso presentato dai Comuni che fanno parte del Consorzio, aprendo scenari che potrebbero tradursi in ulteriori costi da sostenere. Una sorta di eredità ambientale che arriva dal passato e che rischia di finire, come spesso accade, sulle spalle dei cittadini del presente.

    E qui nasce la domanda, provocatoria ma non del tutto peregrina: al cittadino atriano conviene davvero un lungo percorso di riequilibrio oppure sarebbe stato più trasparente affrontare la strada del dissesto?

    Una domanda che non nasce dal desiderio di tifare per il default finanziario, ma dalla constatazione di una situazione paradossale. Perché il Comune, per rispettare gli obblighi del risanamento, ha già portato le tariffe ai livelli massimi consentiti e ha ridotto diversi servizi. Il margine di manovra sembra ridotto al minimo: le entrate sono state spremute e le spese tagliate.

    Nel frattempo, l’unica novità facilmente percepibile da molti cittadini sembra essere stata l’introduzione dei parcheggi a pagamento. Una scelta che, in un contesto di sacrifici economici, può apparire come l’ennesimo contributo richiesto alla comunità.

    Il dissesto, che in fondo è una tragedia amministrativa, ha una disciplina precisa. Non significa chiudere il Comune o lasciare i cittadini senza servizi. In caso di dichiarazione formale, i debiti pregressi vengono affidati a un Organo straordinario di liquidazione (OSL), mentre l’amministrazione prosegue la gestione ordinaria con regole più rigide.

    La Corte dei conti, nell’ambito dei propri controlli, può accertare situazioni di grave squilibrio finanziario quando emergono problemi come mancati equilibri di bilancio, disavanzi non ripianati, debiti privi di adeguata copertura o difficoltà nel garantire servizi essenziali. In questi casi può imporre misure correttive e, se il risanamento non è possibile, può aprire la strada alle procedure previste dal Testo unico degli enti locali.

    Come detto prima del dissesto esiste anche la strada del piano di riequilibrio finanziario pluriennale, quella che sta percorrendo Atri. Ma il rischio è che il cittadino si trovi davanti a una sorta di “dissesto a rate”: quindici anni di sacrifici, tasse elevate e servizi ridimensionati, senza la certezza che tutte le incognite siano già state eliminate.

    Il punto politico e amministrativo, dunque, è uno solo: il risanamento ha senso se produce un miglioramento visibile, se restituisce servizi, se ridà prospettiva al territorio. Altrimenti il rischio è che il cittadino percepisca soltanto il lato più amaro dell’operazione: pagare di più per avere meno.

    Atri rischia così di trovarsi davanti a un curioso paradosso: non un Comune dichiaratamente in dissesto, ma una comunità chiamata comunque a vivere gli effetti di una lunga emergenza finanziaria.

    La domanda resta sospesa: siamo davanti a un percorso di risanamento oppure a una lunga traversata nel deserto dei bilanci pubblici? La risposta, più che dai numeri, arriverà dalla capacità dell’amministrazione di dimostrare che quei sacrifici hanno un obiettivo concreto e non sono soltanto il prezzo da pagare per errori accumulati negli anni.

     

    NB – L’immagine di copertina è generata dall’IA