Il recente post del sindaco di Atri offre una masterclass di retorica difensiva, arrampicandosi sugli specchi di una narrazione parziale che scambia la critica giornalistica per astio ideologico. Attaccare la stampa accusandola di “partigianeria” solo perché solleva il velo sulla crisi del commercio locale è il più vecchio dei trucchi politici: distrarre dal problema reale personalizzando lo scontro.
L’ipocrisia principale emerge quando il testo tenta di confutare i dati macroeconomici globali con un elenco marginale di attività basato su una memoria estemporanea. Trionfare per l’apertura di un kebab, di un centro bollette o di un barbiere, spacciandoli come indicatori di un boom economico, significa ignorare la differenza profonda tra il “commercio di prossimità tradizionale” (quello che storicamente tiene vivi i centri storici) e i servizi di mera sussistenza o i settori ad altissimo tasso di rotazione, che spesso aprono e chiudono nel giro di poco tempo.
Dire che nell’ultimo anno si ricorda “una sola chiusura” (per giunta per limiti di età) è un’operazione di totale cecità amministrativa, o peggio, di malafede comunicativa. Qualsiasi cittadino che passeggi nei centri storici delle nostre cittadine d’arte – e Atri non fa purtroppo eccezione – nota serrande abbassate da anni, cartelli “affittasi” sbiaditi e una desertificazione commerciale che non si cancella con l’apertura di una creperia o di una profumeria “in fase di valutazione”. La crisi del commercio al dettaglio è un fenomeno nazionale complesso, guidato dall’e-commerce e dalla grande distribuzione. Negarla a livello locale, gridando al complotto giornalistico, impedisce di trovare soluzioni concrete come sgravi fiscali o incentivi ai giovani imprenditori. I cittadini non hanno bisogno di elenchi mnemonici sbandierati sui social, ma di una pianificazione strategica a lungo termine.
La vera ipocrisia sta nel pretendere dai giornalisti una “equidistanza” che si traduce, secondo l’amministrazione, solo nel silenzio o nel plauso acritico. Liquidare la desertificazione commerciale come una “fantasia partigiana” è un insulto all’intelligenza degli elettori e degli stessi commercianti che ogni giorno lottano per tenere sollevata la propria serranda in un contesto macroeconomico drammatico. I post corti, a quanto pare, non sono delle menzogne, ma delle verità scomode che la politica locale cerca disperatamente di accorciare per non guardare in faccia la realtà, rifugiandosi nella propaganda.



