Notizie di Categoria: società

  • Rigenerare il commercio di Atri: l’opportunità delle ZESpro

    Rigenerare il commercio di Atri: l’opportunità delle ZESpro

    La desertificazione commerciale non è una fatalità inevitabile, ma una sfida urbana, economica e sociale che richiede risposte concrete. Negli ultimi anni, anche nel nostro territorio e all’interno del centro storico di Atri, l’abbassamento progressivo delle serrande ha impoverito la rete di vicinato, privando i residenti di servizi essenziali e riducendo la vitalità delle vie cittadine. I negozi di quartiere e le botteghe artigiane non sono semplici punti vendita: rappresentano presìdi di sicurezza, relazioni umane, identità culturale e decoro urbano. Per invertire questa tendenza serve uno strumento normativo innovativo, capace di unire incentivi economici e visione strategica.

    Una risposta concreta arriva dalla proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione delle ZESpro (Zone Economiche Speciali di Prossimità), promossa a livello nazionale per garantire la rigenerazione urbana del commercio al dettaglio. A differenza delle classiche ZES industriali, le ZESpro mirano a tutelare le microimprese e la rete distributiva di vicinato, prevedendo sgravi fiscali dedicati, contributi a fondo perduto per le nuove aperture e per il mantenimento dei negozi esistenti, oltre a un’importante semplificazione burocratica.

    Per un Comune ad alta vocazione storica e turistica come Atri, l’introduzione delle ZESpro rappresenterebbe una svolta decisiva:

    • Sostegno alle attività esistenti: agevolazioni fiscali mirate per dare respiro ai commercianti che resistono e continuano a investire nel territorio.
    • Incentivi all’imprenditoria giovanile: risorse dedicate per riaprire i locali sfitti lungo i corsi storici e nei quartieri residenziali.
    • Tutela della coesione sociale: mantenimento dei servizi di prossimità per la popolazione, in particolare per gli anziani e per chi vive nei nuclei meno centrali.
    • Attrattività turistica: valorizzazione dei prodotti tipici abruzzesi e dell’artigianato locale all’interno di una cornice urbana viva e curata.

    Sostenere e sottoscrivere la proposta di legge di iniziativa popolare, disponibile sulla piattaforma digitale del Ministero della Giustizia, significa dare voce alle esigenze reali di Atri. Trasformare il centro storico e le frazioni atriane in una ZESpro non è solo un aiuto alle imprese, ma un vero e proprio piano di rilancio per il futuro economico e sociale dell’intera comunità.

    Un invito all’Amministrazione comunale e a tutti i commercianti di Atri affinché sostengano attivamente questa iniziativa, facendosi promotori della raccolta di firme tra la cittadinanza per questa battaglia fondamentale, a tutela della sopravvivenza del commercio atriano in tutte le sedi istituzionali.

  • Intelligenza artificiale, attenzione alle “camere dell’eco”: così l’AI può rafforzare i nostri pregiudizi

    Intelligenza artificiale, attenzione alle “camere dell’eco”: così l’AI può rafforzare i nostri pregiudizi

    L’intelligenza artificiale è ormai entrata nella quotidianità, soprattutto tra i più giovani, ma con la sua diffusione crescono anche i rischi legati a un utilizzo poco consapevole.
    Uno dei fenomeni da tenere sotto osservazione è quello delle cosiddette “echo chamber”, letteralmente “camere dell’eco”.
    Si tratta di una dinamica nella quale gli algoritmi finiscono per proporre contenuti e risposte che confermano le convinzioni già possedute dall’utente.
    Il risultato può essere una pericolosa amplificazione dei bias, con il rafforzamento di pregiudizi e posizioni ideologiche anche quando non sono supportate dai fatti.
    Un fenomeno particolarmente delicato quando a utilizzare l’intelligenza artificiale sono adolescenti e giovani.
    In Europa il 66,4% degli adolescenti utilizza strumenti di intelligenza artificiale generativa, mentre in Italia la percentuale scende al 51,9%.
    Un dato che colloca il nostro Paese al terzultimo posto nell’Unione europea.
    L’intelligenza artificiale viene utilizzata anche per lo studio: il 41,1% degli adolescenti italiani ha dichiarato di averla impiegata per scopi scolastici negli ultimi tre mesi del 2025.
    La media europea è però più alta e raggiunge il 50,5%.
    Il rischio è che l’approccio apparentemente efficiente e accondiscendente dell’AI favorisca quello che viene definito “approccio convergente”.
    In altre parole, la macchina tende a fornire la risposta più probabile, più comune o maggiormente in linea con le aspettative dell’utente.
    Un comportamento che può finire per appiattire la creatività e indebolire la capacità di sviluppare un pensiero autonomo e critico.
    Per evitare questo meccanismo può essere utile chiedere all’AI di sostenere deliberatamente una tesi opposta a quella che stiamo difendendo.
    Mettere alla prova le proprie convinzioni permette infatti di ampliare il ragionamento e di individuare eventuali errori o pregiudizi.
    L’obiettivo non deve essere quindi accettare passivamente le risposte dell’intelligenza artificiale, ma imparare a discuterle e verificarle.
    Anche perché l’AI non è uno strumento completamente neutrale: è progettata e addestrata da persone e riflette scelte, dati e impostazioni umane.
    Il tema è diventato tanto rilevante da spingere il governo italiano a stanziare 100 milioni di euro, attraverso un decreto legislativo approvato ad agosto, per contrastare i rischi legati all’uso improprio dell’AI e dei social.
    Intanto anche la scuola è chiamata a confrontarsi con questa trasformazione: nel 2024-2025 il 40,7% degli edifici scolastici italiani disponeva di aule informatiche.
    Numeri che raccontano una tecnologia ormai presente nella vita dei ragazzi e che rendono sempre più urgente educare a un uso consapevole dell’intelligenza artificiale.
    Perché il vero rischio non è che l’AI ci dia una risposta sbagliata, ma che ci abitui a non mettere più in discussione quella che ci offre.

    NB – Fonte dati OPENPOLIS 

  • Sotto i ponti del Tordino una “città” nella città: tra degrado e sicurezza

    Sotto i ponti del Tordino una “città” nella città: tra degrado e sicurezza

    Tavolini, sedie, sdraio e barbecue sotto i ponti del Tordino. Spazi utilizzati per picnic e momenti di relax che, purtroppo, finiscono per trasformarsi in un problema di decoro e sicurezza.

    La cosa più inquietante è che tutto questo avviene a pochi passi dal centro di Teramo, assumendo quindi un’eco ancora più forte. Basta spostarsi di poco per scoprire, sotto alcuni viadotti, una sorta di cittadina nella cittadina, con ambienti allestiti alla meglio e utilizzati con continuità.

    Quei tavoli, le sedie, le sdraio e i barbecue sembrano testimoniare la presenza di veri e propri spazi abitativi, altro che semplici aree per un picnic. Non ci si trova soltanto davanti a persone che cercano un riparo occasionale dalla pioggia o dal freddo, ma a situazioni che sembrano protrarsi nel tempo.

    E allora le domande sono inevitabili: chi controlla queste aree? Chi le frequenta? E accendere barbecue o fuochi non comporta rischi per la sicurezza?

    Domande semplici, alle quali sarebbe necessario dare una risposta. Controllare, del resto, non significa necessariamente puntare il dito o perseguire qualcuno. Significa prima di tutto garantire sicurezza, igiene e prevenzione del rischio di incendi.

    E significa anche tutelare le persone che vivono in condizioni di difficoltà. Il problema, dunque, non è soltanto trovarsi davanti a una situazione poco edificante, ma constatare che tutto questo sembra avvenire senza un intervento evidente da parte di chi dovrebbe vigilare.

    Se invece i controlli ci sono, allora sarebbe opportuno sapere come vengono effettuati e, soprattutto, da chi.

  • Social e comprensione del testo, il caso Abruzzo: quando si commenta senza leggere

    Social e comprensione del testo, il caso Abruzzo: quando si commenta senza leggere

    Nei giorni scorsi anche la nostra testata è finita nel mirino di alcuni “leoni da tastiera”, con commenti che, in diversi casi, sembravano scritti senza aver letto o compreso fino in fondo l’articolo e i dati pubblicati. Un episodio che apre una riflessione più ampia sulla capacità di leggere, comprendere le informazioni e formarsi un’opinione prima di reagire.
    I dati dell’indagine OCSE-PIAAC evidenziano infatti una situazione preoccupante: il 35% degli italiani tra 16 e 65 anni presenta competenze ridotte nella literacy, contro il 26% della media OCSE.
    Non significa essere analfabeti, ma incontrare difficoltà davanti a testi complessi, informazioni da collegare, numeri e contenuti da interpretare. Un problema che assume un significato particolare nell’epoca dei social, dove la comunicazione è spesso veloce, frammentata e costruita per catturare l’attenzione in pochi secondi.
    Anche l’Abruzzo si inserisce in un quadro territoriale che evidenzia importanti differenze tra Centro-Nord e Mezzogiorno. I dati PIAAC non consentono una graduatoria attendibile delle singole regioni, ma mostrano come Sud e Isole presentino livelli di competenza mediamente più bassi. Per l’Abruzzo questo rappresenta un campanello d’allarme, soprattutto sul fronte delle competenze di base e della capacità di interpretare correttamente le informazioni. Un’attenzione particolare va riservata anche alla scuola, dove le prove INVALSI rappresentano uno degli strumenti per monitorare la comprensione dell’italiano e i livelli di apprendimento.
    Il problema, dunque, non è soltanto quanto leggiamo, ma come leggiamo. Sui social si può consumare una quantità enorme di contenuti senza necessariamente sviluppare la capacità di distinguere fatti, opinioni, interpretazioni e manipolazioni. Ed è qui che l’episodio vissuto dalla nostra redazione diventa emblematico: un titolo viene letto rapidamente, una percentuale viene estrapolata e il commento arriva prima della comprensione. Il risultato è che si finisce per discutere non di ciò che l’articolo dice realmente, ma di ciò che si pensa abbia detto.
    I dati AGCOM aggiungono un altro elemento: oltre il 64% degli italiani presenta un livello nullo o scarso di alfabetizzazione algoritmica. Solo una parte della popolazione comprende realmente perché determinati contenuti compaiano nel proprio flusso social e come vengano selezionati dalle piattaforme. Inoltre, solo circa un terzo degli utenti verifica la fonte quando incontra online una notizia potenzialmente problematica. Non sono i social, da soli, a creare l’analfabetismo funzionale, ma un ambiente informativo rapido e personalizzato può amplificare le fragilità già esistenti.
    Il rischio aumenta quando si condividono informazioni senza verificarle o si commentano dati senza averne compreso il significato. La risposta dovrebbe essere semplice: prima leggere, poi verificare e infine commentare. Per una testata significa presentare dati e fonti con chiarezza; per il lettore significa esercitare spirito critico e non cercare soltanto ciò che conferma le proprie convinzioni.
    Anche in Abruzzo, investire sulla comprensione del testo e sull’educazione digitale significa quindi rafforzare una competenza fondamentale per la cittadinanza. Perché nell’epoca dei social, dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, capire ciò che si legge è diventato uno dei più importanti strumenti di difesa dalla disinformazione.

  • Radio Cerrano Web compie 10 anni: la passione che continua a parlare

    Radio Cerrano Web compie 10 anni: la passione che continua a parlare

    Ci sono storie che nascono da un’idea e altre che nascono da una passione.bLa storia di Radio Cerrano Web appartiene a entrambe. Nel 2017, dalla passione di Carlo “Mix” Micheli e Karl Bartleboom per le radio libere, prende forma un progetto destinato a diventare molto più di una web radio. Un microfono, un mixer, qualche attrezzatura e soprattutto la voglia di tornare a parlare alla gente: così comincia un viaggio che oggi celebra dieci anni di musica, parole, incontri ed emozioni. Il nome Cerrano non è soltanto un nome: è un pezzo di territorio, un orizzonte che unisce Atri, Pineto, Roseto e Silvi, con le loro voci, le loro storie e le loro emozioni. All’inizio sono le note a riempire l’etere digitale, dalla musica indipendente alle sonorità meno conosciute, con uno sguardo attento agli artisti e alle realtà locali.
    Poi la radio cresce, cambia, si apre al mondo dei social, delle dirette e dei video. E quel piccolo studio diventa una finestra spalancata sul territorio. Davanti ai microfoni passano musicisti, scrittori, giornalisti, sportivi, amministratori, associazioni e persone comuni, ciascuna con una storia da raccontare. Radio Cerrano sceglie di accendere i riflettori anche dove normalmente restano spenti, dando spazio alla cultura, ai giovani, allo sport, all’ambiente e al sociale. È una radio che non cerca soltanto ascoltatori, ma cerca persone da incontrare e storie da custodire. Le collaborazioni con realtà come Libera e il Premio Nazionale Paolo Borsellino raccontano una precisa idea di comunicazione: informare, partecipare, costruire comunità. Anche nei giorni più difficili della pandemia, quando incontrarsi sembrava impossibile, quella voce ha continuato a viaggiare attraverso la rete, mantenendo vivo un filo con il pubblico.
    Perché una radio, prima ancora di essere tecnologia, è presenza. È una voce che arriva nelle case, nelle automobili, negli uffici e nelle cuffie, portando con sé un frammento di chi siamo. Dieci anni dopo, Radio Cerrano Web è ancora quella passione del primo giorno, cresciuta senza perdere la propria anima: libera, territoriale, culturale e profondamente umana. Dieci anni di voci, volti, musica e storie sono un patrimonio che appartiene non soltanto a chi ha fatto la radio, ma a tutti coloro che l’hanno ascoltata, sostenuta e resa viva. E oggi, celebrando questo importante traguardo, resta una certezza: finché ci sarà qualcuno disposto a parlare e qualcun altro disposto ad ascoltare, la voce del Cerrano non smetterà mai di andare in onda

  • Arrosticini, una storia nata tra pastorizia e transumanza

    Arrosticini, una storia nata tra pastorizia e transumanza

    Nati dalla cultura della pastorizia e della transumanza, gli arrosticini sono oggi uno dei prodotti più riconoscibili della cucina abruzzese. Una storia che parte dai tratturi e arriva alle bracerie, alle feste popolari e alle comunità abruzzesi all’estero. Pronunciare la parola “arrosticino” significa pensare immediatamente all’Abruzzo. Le celebri rustell’ sono ormai conosciute anche fuori dai confini regionali e rappresentano uno dei prodotti più identificativi della nostra cucina. Ma dietro il successo di oggi c’è una storia che affonda le radici nella cultura pastorale e nella transumanza, attività che per secoli hanno segnato profondamente la vita economica e sociale della regione.

    Sei milioni di pecore nell’Abruzzo del Settecento

    Per comprendere le origini dell’arrosticino bisogna tornare al Settecento, quando l’Abruzzo contava, secondo le ricostruzioni storiche, circa sei milioni di capi ovini a fronte di circa settecentomila abitanti. Un dato che restituisce bene il ruolo centrale della pastorizia in una società nella quale greggi e pastori percorrevano regolarmente i tratturi durante la transumanza. È in questo contesto che si colloca la nascita della preparazione. La tradizione racconta che, quando durante il viaggio un animale moriva, il pastore poteva riscattarne la carne e la pelle. La pelle veniva recuperata, mentre la carne doveva essere consumata rapidamente, soprattutto nel caso di animali anziani e provati dai lunghi spostamenti, oppure utilizzata come merce di scambio con le popolazioni contadine incontrate lungo il percorso. La necessità di utilizzare una risorsa preziosa senza sprecarla avrebbe contribuito a definire nel tempo una preparazione semplice e funzionale.

    Carne, legno e brace

    La carne di pecora veniva tagliata in piccoli cubetti, comprese parti meno pregiate, e infilata su sottili spiedini di legno. La cottura avveniva direttamente sulla brace. Ancora oggi il modo più tradizionale di preparare gli arrosticini è legato alla furnacella, la caratteristica griglia stretta e allungata che consente di cuocere gli spiedini sulla brace viva. Il resto è parte della consuetudine gastronomica abruzzese: pane casereccio, olio extravergine d’oliva e, per chi lo desidera, un bicchiere di Montepulciano d’Abruzzo. Anche il modo di consumarli è rimasto sostanzialmente invariato. Gli arrosticini si mangiano con le mani, direttamente dal loro bastoncino di legno. Un gesto semplice che è diventato parte integrante della loro identità.

    Dal mondo pastorale alle bracerie

    Nel corso del Novecento, una preparazione legata soprattutto alla cultura pastorale ha iniziato a diffondersi sempre di più. Dalle aree del Gran Sasso e della provincia di Pescara, dove la tradizione degli arrosticini è particolarmente radicata, le rustell’ sono arrivate nelle bracerie e successivamente nelle feste e nelle sagre di tutta la regione. La loro diffusione è andata di pari passo con la trasformazione delle abitudini alimentari e con la crescente valorizzazione della cucina tradizionale. L’arrosticino è rimasto un prodotto semplice, ma è diventato anche un elemento della convivialità abruzzese: si prepara in quantità, si cuoce insieme e si consuma generalmente in compagnia.

    Le sagre degli arrosticini in Abruzzo

    Oggi la tradizione viene celebrata attraverso numerose manifestazioni. Nel 2026 sono almeno dieci i principali appuntamenti dedicati agli arrosticini e alle rustell’ in Abruzzo. Tra questi ci sono il Festival di Villa Celiera, il festival itinerante Arrostiland e la manifestazione Rustell’ a Teramo. A questi si aggiungono le sagre organizzate negli anni in diversi centri della regione, tra cui Cermignano, Isola del Gran Sasso, San Vito Chietino, Brittoli, Santa Margherita di Atri e Turrivalignani. Manifestazioni che, con formule diverse, hanno contribuito a mantenere viva la tradizione e a farla conoscere anche a un pubblico proveniente da fuori regione.

    Il successo fuori dall’Abruzzo

    La diffusione degli arrosticini non si è fermata ai confini regionali. Sono almeno quattordici i festival e gli appuntamenti dedicati alle rustell’ organizzati in altre regioni italiane. Il fenomeno è particolarmente presente nel Lazio, con manifestazioni a Castelnuovo di Porto, Marino e Fiano Romano, ma riguarda anche le Marche, con appuntamenti a Valfornace, Fiordimonte e Offida. Iniziative dedicate agli arrosticini si sono sviluppate inoltre in Umbria, Toscana, Lombardia ed Emilia-Romagna, compresa Ferrara, dove le manifestazioni dedicate alla specialità abruzzese hanno trovato un pubblico particolarmente interessato. È un percorso che mostra come un prodotto strettamente legato a una specifica area geografica possa essere diventato parte di una più ampia proposta di cucina regionale italiana.

    Dalle comunità abruzzesi all’estero ai festival internazionali

    La storia degli arrosticini segue anche quella dell’emigrazione abruzzese. La specialità è presente nelle comunità di origine abruzzese in Canada, Argentina e Belgio, dove le tradizioni gastronomiche sono state spesso mantenute e riproposte dalle nuove generazioni. La cucina abruzzese è inoltre presente in manifestazioni internazionali dedicate al cibo italiano. Tra queste viene citato anche il Ricotta Festival di Melbourne, in Australia, dove la tradizione degli arrosticini è stata rappresentata da realtà come Abruzzo Lab.

    Una storia che continua sulla brace

    La storia dell’arrosticino è quella di una preparazione nata all’interno di una società fortemente legata alla pastorizia e arrivata, nel corso del tempo, sulle tavole e nelle manifestazioni di molte parti d’Italia e del mondo. La sua forza sta anche nella semplicità: carne di pecora, piccoli pezzi, uno spiedino di legno e una brace. Una ricetta essenziale che ha attraversato generazioni e che continua a essere associata all’Abruzzo, alla sua cucina e alla sua cultura pastorale. Dai tratturi percorsi dalle greggi alle furnacelle delle sagre contemporanee, l’arrosticino resta uno dei modi più immediati per raccontare una parte della storia gastronomica abruzzese.

  • Atri, 350mila euro per il Museo Etnografico: dopo quattro anni di chiusura arriva il progetto per la rinascita

    Atri, 350mila euro per il Museo Etnografico: dopo quattro anni di chiusura arriva il progetto per la rinascita

    Dopo quasi quattro anni con le porte chiuse, il Museo Etnografico di Atri si prepara a tornare a vivere. La struttura è chiusa a causa di alcuni piccoli crolli verificatisi all’interno, che rendono necessari interventi di riqualificazione e messa in sicurezza. In questi anni il suo direttore e fondatore, comunque, Ettore Cicconi, ha continuato ad operare da volontario attraverso una serie di incontri e collaborazioni che hanno garantito continuità agli scopi culturali della struttura.  Ora sul museo arriva un finanziamento di 350mila euro, ottenuto attraverso il bando “Ecosistemi Culturali al Sud Italia”. A sostenere il progetto “RIABITA – Rigenerare Insieme Atri” sono Formatalenti, capofila, ITACA, Cul.Tur.A’ e il Comune di Atri. L’obiettivo è trasformare il museo in uno spazio aperto, dinamico e multifunzionale, capace di andare oltre la semplice conservazione della memoria.
    Previsto uno sportello di orientamento per i giovani dedicato a studio, lavoro e autoimprenditorialità, insieme a un’area coworking. Il progetto punta anche sull’inclusione sociale, con percorsi formativi e opportunità di inserimento lavorativo per persone fragili. Un ruolo centrale sarà affidato alla trasmissione dei saperi locali, attraverso laboratori con artigiani ed esperti del territorio. Le conoscenze raccolte saranno inserite in un Archivio Digitale del Patrimonio Immateriale, arricchito da video, podcast e QR code. Non mancheranno residenze per artisti e ricercatori, attività per le scuole e proposte turistiche legate alle eccellenze locali.
    Il progetto collegherà inoltre il museo alla Riserva dei Calanchi e alle produzioni enogastronomiche del territorio. Il Comune curerà gli interventi di riqualificazione della struttura, mentre i cittadini saranno coinvolti nei “Laboratori di Futuro”. I tavoli di co-progettazione serviranno a costruire un modello di gestione condivisa e duratura del museo. Previsti anche scambi e iniziative di mobilità giovanile con partner europei, per dare al progetto una dimensione internazionale. La progettazione è stata curata dalla società Civica per l’Amministrazione comunale, coordinando la collaborazione tra pubblico e terzo settore. RIABITA punta così a restituire ad Atri un luogo rimasto chiuso troppo a lungo, trasformandolo in un nuovo presidio culturale, sociale e formativo.

  • La A24 che non ti aspetti: da Teramo al cinema mondiale

    La A24 che non ti aspetti: da Teramo al cinema mondiale

    C’è un filo curioso che lega Teramo a una delle case di produzione cinematografica più celebri del mondo: A24. Il nome della società, infatti, non nasce a Hollywood, ma in Italia, lungo l’autostrada Roma-L’Aquila-Teramo. Fondata a New York nel 2012 da Daniel Katz, David Fenkel e John Hodges, A24 è diventata in pochi anni un simbolo del cinema indipendente. La storia più affascinante riguarda proprio Katz, che si trovava in Italia quando iniziò a pensare alla nascita della nuova società. Durante un viaggio sull’A24 in direzione Teramo, quel nome attirò la sua attenzione e finì per diventare il nome della futura casa di produzione. A rendere ancora più suggestivo il racconto fu il paesaggio abruzzese, con il massiccio del Gran Sasso a fare da sfondo al viaggio. Una coincidenza quasi cinematografica: un’autostrada italiana destinata, indirettamente, a entrare nella storia del cinema mondiale. Quando fu scelto, del resto, “A24” non evocava né Hollywood né il cinema d’autore: era semplicemente il nome di una strada.
    Oggi, invece, quelle tre lettere e quel numero sono associati a produzioni originali, audaci e spesso fuori dagli schemi. Tra i suoi film più celebri figurano MoonlightLady BirdMidsommarThe Whale e Past Lives. Nel 2017 Moonlight conquistò l’Oscar come Miglior film, consacrando definitivamente la società sulla scena internazionale. Nel 2023 arrivò un altro grande successo con Everything Everywhere All at Once, premiato ancora con la statuetta più prestigiosa. A24 ha poi esteso il proprio raggio d’azione alla televisione, contribuendo al successo di serie come EuphoriaRamy e Beef. Un marchio oggi riconoscibile in tutto il mondo, nato però da un nome incontrato lungo una strada italiana. E quel nome porta con sé un piccolo pezzo di Abruzzo, legato al viaggio verso Teramo e alla vista del Gran Sasso.
    Per i teramani è una curiosità che può diventare motivo di orgoglio: Hollywood, almeno nel nome, passa anche da qui. Una storia nata quasi per caso, durante un viaggio, dimostra ancora una volta come i luoghi possano lasciare tracce imprevedibili.
    Da Teramo a New York, passando per il Gran Sasso e una semplice autostrada: un piccolo capitolo abruzzese nella grande storia del cinema.

  • Pineto, rinascono i campetti delle scuole medie: sport e aggregazione per i giovani

    Pineto, rinascono i campetti delle scuole medie: sport e aggregazione per i giovani

    Tornano alla loro funzione originaria i famosi campetti situati alle spalle delle scuole medie, dopo essere stati utilizzati per diverso tempo come area parcheggio. L’Amministrazione comunale ha scelto di recuperare gli spazi e restituirli alla loro vocazione sportiva e aggregativa.
    Il progetto è stato portato avanti grazie all’interessamento dell’assessore allo Sport Camilla Scianitti, dell’assessore alla Manutenzione Giuseppe Cantoro e al contributo del consigliere comunale Avv. Del Principe. «Abbiamo voluto far ciò perché crediamo fermamente che questo sia un posto dove ragazzi e ragazze possono stare insieme, incontrarsi e fare nuove amicizie», commenta Scianitti. L’assessore Cantoro sottolinea invece l’importanza di restituire alla cittadinanza uno spazio che apparteneva soprattutto ai giovani: «Recuperare questi spazi significa restituire alla città un luogo che apparteneva ai ragazzi riportandolo alla sua funzione originaria e rendendolo nuovamente fruibile».
    Soddisfazione anche da parte del consigliere Del Principe, che evidenzia come siano proprio i giovani a riappropriarsi dell’area: «È bello vedere che siano proprio i ragazzi a riappropriarsene», sottolinea. L’obiettivo dell’Amministrazione è ora proseguire sulla strada della riqualificazione degli spazi dedicati allo sport. L’intenzione è realizzare altri campi di questo tipo, affinché l’area possa diventare un punto di riferimento quotidiano per bambini e ragazzi. Tra i prossimi interventi annunciati figura anche la riqualificazione degli spazi esterni del Palazzetto di via Filiani.
    Qui l’Amministrazione punta alla realizzazione di nuovi playground, ampliando così l’offerta di strutture sportive a disposizione della comunità. Un percorso che mira a valorizzare gli spazi pubblici e a creare nuovi luoghi di sport, incontro e socialità per i giovani.

  • Natalità in caduta libera: Abruzzo maglia nera, allarme spopolamento

    Natalità in caduta libera: Abruzzo maglia nera, allarme spopolamento

    L’Abruzzo è la regione italiana in cui le nascite stanno diminuendo più rapidamente. Un record negativo che certifica l’aggravarsi di una crisi demografica ormai fuori controllo. Secondo l’Istat, nei primi sette mesi del 2025 i nuovi nati sono diminuiti del 10,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il calo più pesante del Paese e nettamente superiore alla media nazionale, ferma al -6,3%.

    Il dato segna una brusca accelerazione rispetto al 2024, quando la riduzione delle nascite in Abruzzo si era fermata all’1%. In appena dodici mesi il quadro è peggiorato drasticamente, confermando una tendenza che rischia di avere conseguenze profonde sul futuro della regione.

    Dietro il crollo ci sono meno donne in età fertile, una popolazione che invecchia e un’incertezza economica che continua a spingere molte coppie a rinviare o rinunciare alla scelta di avere figli. Il numero medio di figli per donna è già precipitato da 1,12 a 1,04, ben lontano dalla soglia necessaria per assicurare il ricambio generazionale.

    Neppure il contributo delle famiglie straniere riesce più a frenare l’emorragia: i bambini nati da cittadini stranieri rappresentano il 10,1% del totale, una quota ormai insufficiente a compensare il calo delle nascite tra gli italiani. L’età media delle madri al primo figlio sale a 31,9 anni, mentre quasi un bambino su due nasce da genitori non sposati.

    L’Abruzzo diventa così il simbolo di un inverno demografico sempre più severo. Se il trend non verrà invertito, nei prossimi anni il territorio dovrà fare i conti con scuole sempre più vuote, una popolazione più anziana, una forza lavoro ridotta e crescenti difficoltà nel sostenere il sistema economico e il welfare. Una prospettiva che trasforma il calo delle nascite da semplice statistica a una vera emergenza sociale.